RITRATTINO/ WILLIAM XERRA


Wiliam Xerra, Autoritratto

Wiliam Xerra, Autoritratto

William Xerra è un settantaseienne  piacentino di origini fiorentine, che ha studiato a Brera e da giovincello vive e lavora a Ziano. E’ un pittore che ha praticato, gomito a gomito, con altri artisti del freddo e nordico polo emiliano tecniche extra artistiche. Fino a metà degli anni Sessanta era la “parola scritta” l’elemento fondante della sua opera. Contrassegnata dal logo “Vive”, che lo accompagnava un po’ dovunque.  Oggi, vi ha aggiunto, non sappiamo da quando,   elementi di parole composte. Ma Xerra fa anche uso copioso e saggio di foto, scritte, materiali fisici, comportamenti.
Con Lodovico Mosconi, Armodio, Gianfranco Asveri, Franco Corradini, Romano Tagliaferri, Romano Gustavo Foppiani, Cinello Losi, Giancarlo Braghieri, è stato uno dei  rappresentanti di maggior spicco di quell’ondata generazionale che negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta ed anche oltre ha surriscaldato il panorama della pittura piacentina (e non solo piacentina) connotandola di modernità.
In Italia e all’estero si è fatto conoscere come propugnatore di un’arte ricca di spezzoni selezionati, stratificata su impulsi intellettuali, lirici e sui materiali; che gioca sull’attrito, l’assemblaggio, il cocktail, il riporto decontestualizzato di “strappi”; da calamitare su di sé interessi, impulsi intimi, interpretazioni, e risultare così stratificata di storia, poesia e valori aggiuntivi.
A farlo incontrare ai lodigiani, si ricorderà, ci  provò Davide Stroppa, il gallerista codognese di “Pianissimo Contemporan Art”,  inserendolo prima in “Immagini italiane”, una mostra presentata anni fa a Codogno, poi con una personale ( sempre al Soave ) una quindicina d’ anni fa. A disertarla non furono solo i codognesi, ma i lodigiani, soprattutto artisti. E ciò spiega i ritardi che spesso si lamentano.
Oggi, Xerra, “nuovo nuovo”  non è più.  A caratterizzarlo è il carattere piuttosto morbido  con cui fa accedere alla sua banca dati tecniche miste, collage su foto, oli e matite su telai “interinali”, carte stampate, frammenti, neon, strappi da vecchie tele dipinte, materiali fisici (stole, chiodi, legni ) eccetera.
Evidentemente sta (stiamo) attraversando una di quelle fasi che danno segni di stanchezza, per cui anche il quadro come “luogo di raccolta” di esperienze”, finisce per essere riportato alla “citazione” e alla “ripetizione differente”. Fisiologicamente inevitabile. Come le magiche parole d’ordine che conoscono, dopo il calore esagerato di tante stagioni, il raffreddamento. Al “cugino” piacentino va tuttavia riconosciuto di avere chiaro il problema e di volerlo (e saperlo) affrontare con interventi ingegnosi e spesso imprevedibili, accompagnandoli con ritorni alla manualità e al sensibilismo, rifugiandosi in soluzioni pittoriche, proiettando l’occhio alle introspezioni geometriche, creando finestre di poesia e di senso, inserendo sterzate di plattners, insistendo sulla parola come quoziente di mistero e di enigma, creando fondali di colore in cui colloca segni e sbornie del passato, memorie e icone quasi a volerle sottrarre alla minaccia della dimenticanza e della perdita di valore estetico. Sostanzialmente  è un lirico. Si diverte non a fornire filosofemi, ma a proporre una gigantesca (come lo sono le sue tele) abbuffata di poesia affidata a un nuovo mentalismo, rimpolpando i concetti e l’unità del prodotto da un lato con un corredo di dati ostensivi, di radicamenti materiali, dall’altra incarna geometrie, proiezioni, concrezioni capaci di offrire il giusto grado di spettacolo e gratificazione dei sensi.

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