RICORDO DI LUIGI VOLPI, ACQUAFORTISTA-PITTORE (1937-2009)


Luigi Volpi, Autoritratto

Luigi Volpi, Autoritratto

 A cinque anni dalla morte alcune iniziative (allo Spazio Bipielle e alla Biblioteca Laudense) riportano l’attenzione sulla figura artistica di Luigi Volpi, sulla quale, in diverse occasioni, in passato, ci si era soffermati. Tra queste, in occasione della mostra a Palazzo Sormani a Milano  una ventina di anni fa, che suggerì elementi di relazione tra le sue  immagini, quelle di Evaristo Baschenis  e di Willyam Bayley.
Baschenis, in particolare. Un pittore che, nel Seicento, si dedicò alle nature morte, realizzando  ripetizione di soggetti e schemi, eccellenti per la cura e l’attenzione del particolare, nella ricerca della fedele emulazione della realtà. Come lui, Volpi – che aveva insegnato tecnica pittorica al Cova di Milano -, esprimeva una ricerca della perfezione da avvicinarlo nell’abilità tecnica e nel gusto compositivo. Nella sua pittura trovammo  anche un atteggiamento – questo più concettuale -, verso l’americano Willyam Bailey. Ma mentre verso il primo egli non ha mai nascosto il proprio interesse, fino a dedicargli una serie di “omaggi”, verso l’ americano ha sempre avuto un atteggiamento di prudenza (e qualche pregiudizio). In ogni caso, conosceva perfettament il suo modo di organizzare le immagini, di esplorare problemi di luce o di disegno o di struttura della superficie, da riconoscere nelle nostre conversazioni un “ comune intenso istinto formale”.
Il richiamo alla silenziosità delle cose e della natura ha avuto in Volpi un vocabolario grafico. Anche le tecniche e le procedure adottate hanno giocato. Sarebbe tuttavia ingeneroso e improprio cogliere nel suo vocabolario solo la manualità, la precisione, l’abilità, il dominio dell’applicazione, l’uso di questo o quello strumento che l’accompagnano.
L’arte di Volpi  spazia dagli interni con figura, ai paesaggi, alle strutture (di nature morte). Un artista di vecchio stampo queste immagini le avrebbe utilizzate per esplorare problemi di luce o semplicemente di disegno. Così Baschenis e, in parte, anche Bailey.  Nei suoi dettagli puntigliosi Volpi lascia invece affiorare un freddo distacco mentale o filosofico da collocarlo in una zona ambigua fra ombra e sostanza.
La raffigurazione, quale essa sia, ha quasi sempre un tono raccolto e meditativo. Va oltre la qualità particolare delle atmosfere, tende a nascondere gli eccessi descrittivi, a suggerire occasioni di approfondimento.
Ritratti, luoghi, paesaggi, nature morte, interni,  dispiegano non solo un loro linguaggio visivo, ma fanno dichiarazione del loro rapporto col resto del nostro mondo. Non si fatica a cogliere la qualità figurativa, ma le immagini fanno soprattutto  partecipare a una dimensione poetica, concettuale e di sostanza.
Le disposizioni delle cose sono semplici tanto da diventare problematiche. Una zucca, una verza, un frutto, uno strumento musicale, un teschio animale, un interno, un ritratto hanno certamente posizioni silenziose. Compongono una struttura astratta; un ordine differente da quello semplicemente generato da un cavolo e da frutti sul tavolo ( per citare dei soggetti), benché conservino le loro posizioni illusionistiche sulla superficie, incollate dal disegno e dall’ombra.
La metafora poetica del silenzio e dello sguardo è negli interni con figura e nei ritratti. Tele e stampe offrono il segno di quel che è la trasposizione della poesia segnica in quella pittorica. Col loro mutuo e discreto linguaggio, con la loro reticente chiarezza, le “cose” dicono tutto quel che di loro importa sapere.
Se sapere è il verbo adatto, ovviamente. O tutto quello che si possa capire guardando. In particolare esse rivelano l’oscura e tenace volontà di Volpi nell’appropriarsi di esse: almeno di quelle che, fra le tante, si prestano ad essere “costruite con lo sguardo”.

Aldo Caserini

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