“ANDREA SCHIAVI”: 72 PIETRE CHE RACCONTANO L’ARTE LITOGRAFICA IN LOMBARDIA


Un aspetto della Sala Arte del Museo della Stmpa Andrea Schiavi a Lodi

Un aspetto della Sala Arte del Museo della Stmpa Andrea Schiavi a Lodi

Lithographie, litografia, lithography, Lithographie o Steindruck… Sono alcune varietà dei procedimenti tecnici e di espressioni moltiplicabili a stampa in bianco e nero o a colori, originariamente “mediate” da una matrice di pietra (poi anche di zinco e alluminio) per la stampa d’arte; elaborata manualmente con appositi pastelli e inchiostri grassi e quindi, preparata in modo che le parti disegnate o positive accettino le inchiostrazioni, mentre quelle negative e cioè i bianchi, in grado di assorbire acqua e mantenersi umide, la rifiutino. E’ considerata una delle tecniche industriali, fotolito, offset ecc.  Fra i secoli XIX e XX è stata però quella che ha fortemente attratto  artisti e fruitore di stampe d’arte. La litografia non è  un’incisione. Su di essa l’artista disegna con una speciale matita che ha, al posto della normale grafite, una sostanza, o dipinge, con un pennello, stendendo un inchiostro grasso colorato. E’ per questo motivo che si è diffusa con grande rapidità, procurando anche qualche dispiacere ai collezionisti meno accorti di fogli d’arte e qualche guaio ai suoi venditori.
Fra i tanti che hanno utilizzato la litografia nel XIX secolo si possono ricordare Daumier, Delacroix, Manet, Renoir e, più tardi,  Redon, Toulouse-Lautrec, Munch, Kollwitz. La litografia è stata usata, alternandola alla pratica incisoria, da Ferroni, De Chirico, Carrà, Picasso, Rouault, Mirò, Marini, Greco, Cascella, Guttuso, Paladino, Maffi, Tadini, Chia, Benito Vailetti, Gino Franchi, eccetera.
Non è comunque una incisione. Almeno non nel senso letterale del termine. Anche se si avvale di risorse grafiche non dissimili. Sostanzialmente, da quelle dell’acquatinta. In ogni caso assicura rese ed effetti espressivi di matita, lavis, acquerello. La tecnica è stata utilizzata anche da artisti lodigiani. Ma non è di questo che intendiamo parlare, bensì del fatto che  fra le centinaia di macchine e attrezzature che si trovano al Museo della Stampa Andrea Schiavi di Lodi e che “raccontano” la storia della stampa, delle sue tecniche e dei significativi cambiamenti nell’ambito delle produzioni e riproduzioni, esiste un  autentico “tesoretto” nascosto, costituito da ben 72 pietre litografiche di grosse dimensioni, che pochissimi hanno visto, e che aspettano, dopo la sistemazione  studiata da Osvaldo Folli, direttore del Museo  di via della Cagnola,  di essere ammirate (e studiate) nella varietà dei soggetti direttamente disegnati su pietra. Tra questi, scene di  epiche battaglie come quelle dei bersaglieri a Porta Pia o dei dei carabinieri a Pastrengo disegnate dal De Albertis e numerose altre di soggetto storico e letterario: iIl trionfo di Cesare, il Giuramento degli Orazi  “ I promessi Sposi” disegnati dal bussetano Alberto Pasini e stampate da V. Malinverno. Ma sono molti altri i pezzi della collezione, che sono stati catalogati dai volontari del museo lodigiano e che attendono la giusta valorizzazione..
Una dozzina di preziose e pesanti “matrici” della raccolta sono state ora esposte nella sala arte. Provengono quasi tutte dalla Casa Editrice Vallardi di Milano.
Le pietre litografiche del Museo fanno parte di quelle prodotte negli stabilimenti di Antonio Vallardi a Milano dalla fine del XIX secolo fino agli anni ’60 del secolo scorso. Costituiscono uno dei tanti cimeli raccolti e conservati  da Andrea Schiavi,  attraverso un lungo e impegnativo  lavoro di ricerca, recupero e valorizzazione e, insieme alle centinaia di macchine, danno oggi ampiezza e concretezza a un progetto che a molti, solo ieri, sembrava  cosa irrealizzabile e avveniristica.

Aldo Caserini.

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