Paolo Marchetti, Brent Stiston, Mads Nissen, Robib Hammond al Festival della fotografia etica di Lodi


Paolo Marchetti

Paolo Marchetti

  “Cosa ci vuole a fare una bella foto?”. Si sa, le parole alterano, le parole aggiungono, le parole sottraggono. Sempre, o quasi. Anche quelle scritte. Che a volte liberano significati e a volte falcidiano, Soprattutto se l’argomento è la fotografia. La cui tecnicalità è tanto ampia da risultare ormai fastidiosa. “Tanto ci pensa la macchina”; che dopo l’avvento del digitale non è più  “strumento d’accesso”. Il che significa abdicare la sensibilità e la qualità allo strumento. Quasi come sottrarre al Durer l’importanza di quel disegno che da cristallina chiarezza al risultato. Conoscere la tecnica e conoscere le regole, comprese quelle “incorporate” nelle facoltà dello strumento (la macchina), significa conoscere quel che in pittura si rivolge ai sensi, cioè il colore e il tono e quel che suscita sensazioni immaginifiche, cioè la forma e il movimento, e tutte le altre cose (tante) che permettono di distinguere quanto in un lavoro è espressivo, e quanto è accademico o frutto di semplice materiale bravura. Non si può negare che costruendo fotografie, se si seguono determinate tecniche e si impostano correttamente i parametri richiesti si riesce ad ottenere “qualcosa in più”. Ma la fotografia oggi non è solo questa. Anzi, la migliore fotografia è un’altra. “E’ un modo di vedere”,  direbbe Susan Sontag. Da oltre mezzo secolo le immagini

Mads Nissen

Mads Nissen

fotografiche partecipano al più ampio confronto culturale: svelano, suggeriscono, dibattono, ricordano, meditano, equilibrano l’edonismo di tanta arte corrente.  Il mondo è oggi un museo di conflitti, crudeltà, sofferenze acute, fisiche o psichiche che senza le fotografie non esisterebbero nella memoria. Il Festival della fotografia etica, nato da un’idea del Gruppo Fotografico Progetto Immagine, privilegia questa nuova sensibilità culturale, senza negare l’importanza della valutazione tecnica. Nel programma figurano autori quali Paolo Marchetti, Brent Stirton, Mads Nissen, Robin Hammond, Carlo Gianferro,  la cui arte è da tempo “contaminata” dalle relazioni delle vicende umane e dai processi epocali e biblici.
In “Fever – The Awakenin of European Facism” il  freelance romano Paolo Marchetti amplifica attraverso le immagini l’espansione in Europa dei fenomeni di intolleranza razziale contro persone in fuga dai loro paesi. “La  paura – sostiene – genera rabbia, questa alimenta il bisogno di avere un nemico e illude chiunque non abbia individuato una propria direzione esistenziale e

Brent Stirton

Brent Stirton

investe se stesso in un sentimento che sa soltanto sottrarre energia alla propria vita…“Fever” non è un soltanto un approfondimento politico, ma è la mia opportunità di indagare i nostri tempi…”. Il newyorkese Brent Stirton  con   “The Violation of Eden”  prosegue il lavoro che da anni  dedica a questioni umanitarie, ambiente, povertà, conflitti, Aids,  attraverso un linguaggio “alternativo” a certo fotogiornalismo, in grado di innescare il senso critico dei lettori attraverso la materia procurata. In “Amazonas”, il danese Mads Nissen indaga a sua volta le condizioni di quello che è stato defiinito “l’inferno verde”. Il suo è un viaggio perturbante dove si incontra di tutto: cercatori d’oro, guerrieri, tribù, omosessuali. E tutto si scontra “sulla soglia tra natura e cultura, istinto e ragione, la nostra origine e il nostro futuro”.

Qual è la condizione dei malati di mente in Africa?  Lo documenta Robin Hammon in “Condemned – Mental Health in African Countriers in Crisis”  fornendo un drammatico resoconto della disabilità mentale. “Ho iniziato a documentare la vita dei malati di mente in paesi africani in crisi nel tentativo di aumentare la consapevolezza della loro situazione – ha dichiarato Hammon -. Mi sono recato in zone di guerra ha devastato del Congo, Sud Sudan, Mogadiscio e Uganda. Trascorso del tempo con gli sfollati nei campi profughi in Somalia e Dadaab. In Nigeria sono andato a vedere gli impatti di corruzione su strutture per malati di mente.[…] Questo progetto è prodotto nella speranza che l’ ignoranza non possa essere più usata come pretesto per l’inazione”.

Robin Hammond

Robin Hammond

Nel modo di raccontare di Marchetti, Stirton, Nissen, Hammond, e qui potremmo aggiungere anche i nomi di tutti gli altri partecipanti al Festival, a cominciare da  Gianferro,  Diffidenti, Galdolfi, d’Urso,  Givone eccetera, è implicito quel che si deve intendere per fotografia etica. Nel loro fotografare ci sarà (forse) anche qualcosa di ideologico. Ma c’è soprattutto coscienza individuale, E’ un Festival dunque che  nasce sotto i migliori auspici, come meditazione sull’etica della responsabilità rispetto all’etica della libertà.

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