QUATTRO CALCOGRAFI D’ARTE e la grammatica del “mestiere”


Fulvio Tomasi: "Venga a prendere il caffé da noi" (acquaforte)

Fulvio Tomasi: “Venga a prendere il caffé da noi” (acquaforte)

Appunti sulla mostra di Gianni Favaro, Vincenzo Gatti, Fulvio Tomasi e Elisabetta Bevilacqua 

Carte d’Arte –  la vetrina con cui L’Associazione Monsignor Quartieri da quindici anni propone con convinzione la lingua della grafica incisa – aggiunge ai pertinenti risultati organizzativi altre conclusioni non meno significative: la prima,  di accompagnare in tempi di imperanti finzioni alla conoscenza di autori di valore non comprimario, riconoscibili a cominciare dall’approccio umile e consapevole al “mestiere”. Attività manuale certo, che pretende in primis  conoscenza tecnica, ma anche precisi e attendibili riferimenti culturali. Quella calcografica (diretta e indiretta)  è un’arte praticata solo da eroici. Costretti in trincea dai  “fuorilegge” di una postmodenità iperbolica che oggi va di moda e ha i favori del mercato.
Il secondo merito dell’iniziativa è di esercitare l’occhio critico del visitatore, di abituarlo a “leggere” quanto sta dietro e dentro a certi linguaggi dell’espressione. A considerare meno distrattamente l’importanza del saper fare bene e a regola d’arte, ad apprezzare i legami tra mano e mente: vero alveo di quelle convinzioni umane, sociali e artistiche con cui l’artista realizza in identità l’ espressione.
Gianni Favaro, Vincenzo Gatti, Fulvio Tomasi ed Elisabetta Bevilacqua sono genuini cultori dell’acquaforte, con cui comunicano con  varietà di risorse espressive. A parte gli apporti individuali – le qualità grafico-fisiche, i valori chiaroscurali, le studiate addizioni dei segni aggregati e delle macchie, le invenzioni tonali e quanto i procedimenti restituiscono eccetera, la loro esposizione si presta a considerazioni d’insieme. Diciamo istruttive, o socio-culturali.
La qualità dei loro linguaggi pone l’accento sulle diversità di “spessore” con cui oggi si fa arte. Nelle acqueforti presentate all’Angelo non si fatica a cogliere qualcosa di molto diverso dai cinguettii dei tanti “creativi” pregni di ossessiva autoreferenzialità, che sono adusi a “navigare” in un “presente” dove ogni cosa che non si configura con l’ immediatezza e l’ effimero, viene considerata retorica e passatista; e ogni modulo di pensiero che non sia quello della comunicazione mediatica, del consumo, dell’atteggiamento e della moda è antagonisticamente rigettato. I risultati li vediamo, a volte sottratti ad ogni contenuto di “ buona fattura” e di pensiero.
Il pensiero (dell’artista e del pubblico) ha bisogno di essere attivato, di riferimenti, di qualcosa che dia da pensare. Le intenzioni creative e operative e gli stessi percorsi di questa mostra danno una sferzata. La “qualità” in arte torna a bussare alle porte e costringe alle corde coloro che credono di potersi autoassolvere rifugiandosi sulla scena del presente (“Questa è la società, questa è l’arte”). 
La qualità di molti fogli e lo spessore intellettuale degli elaborati costituiscono una allusiva contrapposizione a certe scorciatoie che hanno distrutto ogni grammatica del “mestiere”, disperdendo e cancellando ogni esercizio di conoscenza, di tecnica, di acquisizione, sostituendoli con la velocità, l’occasionalità, la precarietà.
La domanda (grossolana) che, in antitesi a certi archetipi e modelli della contemporaneità la mostra  suggerisce  è dunque: si può fare arte senza uno statuto del pensare? Affidando la creatività al solo “messaggio”, soprattutto se di ambigua provenienza (la pubblicità, il marketing, la moda, il clone, la provocazione) ?
La poesia e la qualità  che mostrano Favaro, Tomasi, Gatti e Bevilacqua, ci dice  che l’arte richiede idee, serietà, compiutezza esplicativa, verifica della qualità, di dare rivestimento di plusvalenza alla rarità. La loro è una lezione di coscienziosità. Di “buona condotta”. Di “saper fare”. Una lezione quindi anche di etica.

 

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