E’ MORTO AGOSTINO BONALUMI


Agostino Bonalumi

Agostino Bonalumi

E’ morto ieri Agostino Bonalumi. L’altra faccia di Enrico Castellani e del “Gruppo nucleare”. Nativo di Vigevano, aveva 78 anni. Ancora tenace, entusiasta, amava le provocazioni e le sfide. E’ stato un protagonista dell’arte “milanese” degli anni Cinquanta e Sessanta. “Coccolato” da Dorfles, Schwarz, Ponente, Cèlant, Fagiolo, Crispolti e da tutti i critici che quegli anni dettavano la tendenza. A Milano, comunque, ci stava poco. Spesso era in giro per il mondo: Africa, Brasile, Stati Uniti, Europa. Al Giamaica Piero Manzoni, suo amico, conosciuto nello studio di Baj,  si divertiva a dire che “il geometra” (in realtà “disegnatore tecnico” ), era impegnato a “dare struttura” (geometrica) a qualche parte sconosciuta del globo.
La sfida di Bonalumi partiva dal “materiale”, dalle sagomature piegate delle tele, delle carte e dei cartoni con cui creava astratti rilievi attraverso la sottostante struttura di legni e fili di ferro, raggiungendo una spazialità ambigua e monocromatica, da procurare una illusione ottico-percettiva inquietante. Nella sua ricerca c’è sempre stata, e lo si avvertiva, una intensità e un fervore religioso. Che l’artista riverserà poi in poesia, nelle sei raccolte pubblicate da Vanni Scheiwiller.
Compassato, estroso, animava con forme aeree e asciutte, una sorta di enigmatico teatro della mente, fatto di esplorazioni, messe a fuoco concettuali, poesia-pensiero autonoma alla letteratura istituzionale.
 Scherzo, io (2000), Difficile cogliersi (2001),  Da te ascolto tornare le cose (2001,)  Giusto provarci ( 2006), fino a È stato un nulla (2008) Bonalumi ha fatto girare  atomi di pensiero. Fantasmi. Nelle scale strofiche, Concetto Pozzati vi aveva scoperto “vere e proprie partiture concettuali e sonore”. Qualcosa di molto simile a quanto i critici d’arte riconoscevano alle sue opere visive: “Un pensiero apre un pensiero, non condiziona un pensiero; il pensiero che aspetti è spesso inatteso…”.
Pittore e poeta, dunque. In entrambe le produzioni un fantasma scandiva il ritmo delle cose e della loro apparizione. Chiamiamola pure modalità o altro. Di fatto quel qualcosa che teneva insieme le due cose  sotto forma di flussi per così dire analogici di immagini. Da riflettere, nell’una e nell’altra attività, l’ inquietudine di trasformazione della realtà attraverso una scintilla o il “precipitato” verbale. Procurando in tutte e due una sorta di progressiva proliferazione cellulare. A volte una vera e propria interpellanza del “pensiero” e della sua sostanza ermeneutica.
Un esempio:“la voce che non ha detto / le parole che restano / la ragione che ripiega il profilo / un incavo che si scava / il tempo che scorre fisso / la notte dei sonni tranquilli / che mette labbra / di silenzio malato”, o come non eri tu /il giallo che mi figuravo / salire le scale / muore / nei passi che non salgono // dalla finestra / alta sulla piazza grigia / avevo visto scendere / la diagonale / sopra due gambe viola / un ombrello giallo”.
Nei suoi versi c’è lo  scorrere di linfe  stilistiche e concettuali coerenti a quelle che si ritrovano nelle opere pittoriche. Sotto forma di scomposizione del movimento, c’è quel “ meccanismo” vagamente “barocco”, di cui, una volta, aveva accennato Roberto Sanesi.

Aldo Caserini

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