P. MONELLI e G. NOVELLO, “Il ghiottone errante”


imagesCA5HZJ8JRitrovarsi tra le mani “Il ghiottone errante” di Paolo Monelli e Giuseppe Novello è una gran goduria. Il libro è di quelli un po’ particolari, che danno al lettore immediata soddisfazione e al buongustaio procurano allegrezza. Quasi quanto il vino. Buono, naturalmente. Non perché Monelli è stato un esperto sommelier e una esperta forchetta, ma perché ha saputo narrare ogni sapore con straordinaria pulizia di aggettivi e succose relazioni; e il bassaiolo Novello, che seppure astemio,  ha largamente tratto dalla buona cucina, ispirazione per i suoi disegni piacevoli e innocui. I due non sono stati certamente gli unici buongustai che hanno sperimentato i cambiamenti in atto nella società. Il Lodigiano ne ha visti all’opera parecchi da “Guido”, “Al Casottino”, da Nicla ai “Tre Gigli”, al “Tram”, alla “Locanda del Sole”, al “Leon d’Oro” e nelle tante trattorie sparse per i paesi, come la “Barca” di Cavenago d’Adda dove son stati a lungo di casa Andrea Maretti e Gianni Brera, padano “di riva e di golena”.
“Il ghiottone errante” è un racconto  alla ricerca di cibi genuini che aveva avuto la prima uscita nel ’35 a Milano da Treves. Novello lo aveva illustrato che aveva ancora  il cappello d’alpino in testa e si perdeva in giro  con Lucullo e Alpicio – pardon, con Monelli e Prisco – in orge culinarie, sostituendo ai “ristori” i “purgatori detergenti”, per poi riprendere, una volta lavate le impurità, a gustare vellutati midolli.
Il ghiottone errante” è un libro  consigliabile ai ristoratori (un tempo osti) alaudensi della Rassegna Gastronomica. Scoprirebbero oltre alle buone ricette, perché il Lodigiano è stato severamente ignorato da Monelli e Novello già in quegli anni, preferendo gustarsi il gorgonzola e il quartirolo con la polenta a Golasecca e a Corsico, e le luganeghe nel padovano.
Novello non lo ha mai confessato, Monelli sì: ”Gli osti, ai quali il nostro libro dovrebbe ridare il gusto per l’arte, anche se adesso nella tristizia dei tempi fan quattrini lo stesso tirando via. Mestiere facile oggi…” E ci aggiungeva quel che a noi diceva un vecchio parroco di Turano: “A fa l’ost e a cercà su, l’è un mestee da desmett pu”: Altri tempi, naturalmente.
Il libro è una delizia, grazie alla prosa divertente di Paolo Monelli (1901-1984), autore piacevole e interessante di biografie, reportage, memoriali di guerra, di storia, di narrativa, giornalista di testate nazionali come il “Corriere della sera”, “La Gazzetta del Popolo”  e la “Stampa”;  e,  grazie alle vignette di sapore innocuo di Beppe Novello (1897-1988), che nel libro hanno il semplice scopo di illustrare ma sono come il cent’erbe, accompagnano  tra cucine regionali, mostrando il proprio agio su quella “colorata”  di Lombardia, fatta di uberi formaggi e non solo alpini, il burro, le sapide carni, l’eroica polenta, il pan badiale, l’occhiuta gruviera, il riso raccomandato dai medici e  una serie di portate intercalari  di trippa e di salumi.
E’ un viaggio indovinatissimo il loro, che il Turino Club Italiano ha fatto bene a proporre ai suoi soci prima che si perdesse di esso ricordo, e che farebbe bene a riproporre. La narrazione ha un andamento piacevolmente digressivo, s’affida a un raccontare aneddotico e popolare e risulta perciò stesso adatto al carattere delle illustrazioni di Novello, disegnatore immediato, semplice e schietto, autore di immagini che muovono al risolino, puntano sul costume, sui comportamenti e le abitudini. Le duecento pagine dense di effetti (grazie, Salvo!) si leggono velocemente e con diletto. Fino a mostrarsi alla pari di molta narrativa provinciale. Di Angelini, Cardarelli, Comisso, Gadda, Alvaro e Bacchelli. O del nostro Calabrese.

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