L’opinione. Gli snob della cultura e i menestrelli dei mercati culturali


Vargas LLOSADi solito, di luglio, si va al cinema a rivedere Nato il 4 luglio di  Oliver Stone, o Quando la moglie è in vacanza con la Marylin, o Nella lunga estate calda con Paul Newman, o l’Albertone de “l’americano de Roma”. Si va al cinema a rinfrescarsi. Normalmente. Ma c’è anche qualcuno che preferisce starsene a casa a tirar fuori qualche “caso”. Non D&G o Ablyazov o Ligresti. Culturale L’eccezione è parte della normalità.  Non sorprende lo faccia Pierluigi Battista (“La Lettura”,14 luglio u.s.), editorialista di lungo corso, allenato a prendersela un po’ con tutti. Quel che non piace è che, tranchant, bolli “La civiltà dello spettacolo” (Ed. Einaudi) di Mario Vergas Llosa d’essere “un libro sbagliato” e scarichi su coloro che lo condividono, l’invettiva d’essere solo degli “snob”, dei  “paranoici inveterati”. Solo alla fine delle sue catilinarie  accondiscende all’ovvio. “La conoscenza allargata a tutti è una sfida continua, uno stimolo pressante al cambiamento. Non un arroccamento sulla difesa”. Ma “allargare” può voler dire “non approfondire”? L’impressione è che Battista si riferisca a qualcos’altro. A qualcosa che non ha nessun collegamento con le argomentazioni del Premio Nobel; e che il suo dare addosso  ai “puristi della democrazia culturale” sia solo un modo per schierarsi con l’industria culturale così com’è, coi suoi mercati e stili di vita, ognuno con i propri stili di consumo e modi di forgiare il comportamento.
copOpinioni da rispettare, s’intende, anche se dall’autore di “Conformisti” (Rizzoli, 2010), lo si vorrebbe meno schiacciato sulla difesa dei mercati culturali. La tesi di Battista è semplice: ogni qualvolta “si allarga la platea c’è sempre chi anticipa la fine di qualcosa”. “Il progresso è una osmosi”. Assiomatico. Ma quando parla di cultura a cosa esattamente fa riferimento?
Il ventaglio dei contesti – degli interessi e delle posizioni – negli ultimi anni si è talmente ampliato che la riflessione (o la polemica) non tiene più conto  dei “contenuti”, dei “valori” e dunque delle “distinzioni”. Non solo di quelle espresse sette anni fa dallo storico Donald Sassoon ( “La cultura degli europei dal 1800 a oggi, Rizzoli), e  che forniscono traccia alla disputa.
Battista guarda con simpatia alla cultura mainstream, o cultura del grande pubblico, perché ha sottratto la vita culturale alle minoranze, l’ha “democratizzata”, in perfetta sintonia con la modernità e la tecnologia. Niente da eccepire. Stupisce solo gli sia sfuggito che il problema posto da Llosa è un altro: lo svuotamento di valori e di contenuti, la differenza essenziale tra la cultura di ieri e quella d’oggi. La prima trascendeva il tempo presente, si proponeva di vivere nelle generazioni future, i prodotti della seconda son fabbricati per essere consumati al momento. “Come i biscotti e i popcorn”. Una bella differenza. Sottovalutata da Battista.

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