TINO GIPPONI, il carteggio Chighine-Francese


Chighine libroCi sono libri che è quasi prestabilito si debbano leggere una seconda volta. “Morire sconosciuto e libero” (Federico Motta Editore, € 20) di Tino Gipponi è di questi. In esso si trova raccolto il carteggio tra Alfredo Chighine e Franco Francese, due pittori milanesi tra le voci più interessanti della grande stagione degli anni Cinquanta, hanno animato il contradditorio tra i diversi linguaggi e il relativo spostamento dei riferimenti culturali.
Nel testo, Gipponi rende prima di tutto omaggio all’amicizia tra i due conosciutisi ai corsi dell’Umanitaria. ”Un vero dono scambievole, senza vaghezza, totale nel valore della reciprocità e della comprensione”,  giudica l’autore, facendosi carico di confutare la presunta “rottura” sostenuta in ambienti di Brera, sia recuperando dalla propria personale memoria, sia dalle stesse lettere in suo possesso.
Non è il solo dato saliente. Il libro va incontro  anche a una esigenza più ampia: fornire gli estremi per la lettura (ovviamente non definitiva) di un periodo che ha visto svilupparsi a Milano situazioni di grande interesse, in dialettico rapporto con quando avveniva in Italia e oltre confine. E in tali fermenti riportare sotto i riflettori la figura di Alfredo Chighine, finita in ombra dopo due ampie antologiche alla Permanente (1977-78) e a Palazzo Reale (1989), oltre che tornare ad analizzare l’esperienza di Franco Francese (i lodigiani ricordano bene le grandi mostre al Museo Civico del 1987 e del 1993), dando spazio alla rappresentatività del suo linguaggio e allo sviluppo culturale e intellettuale dell’artista.
Nel suo libro Gipponi corregge alcune “interpretazioni” su Chighine. Quella persistente e riduttiva che lo vorrebbe legato a una qualche sollecitazione naturalistica e quella distorcente che vi vede una derivazione “astratta”. Tesi già respinte dallo stesso Francese, per il quale “la pittura di Chighine era tachisme, punto e basta”; e  dalle osservazioni di Gipponi. Alla dialettica delle posizioni l’autore riserva un intero capitolo, dimostrando come fra il 1954 e il 1974 Chighine fu un “protagonista assoluto, in modo assiologico, dell’informale.
A Franco Francese, che gli fu amico, dedica invece un approfondimento attraverso i cicli della sua pittura, mettendone in risalto la complessità della  poetica e l’inquieta intellettualità.
“Morire sconosciuto e libero” è un libro particolare. Perché dei carteggi di Francese passati alle sue cure ordinamentali Gipponi ha scelto di privilegiare quelli di Chighine? La risposta è nel fatto che le trentaquattro lettere del libro Francese le ha custodite, a differenza delle tante altre scambiate con altri artisti che invece le ha distrutte. Su di esse Gipponi ha condotto un sapiente lavoro di “congiunzione”, in grado di conoscere le risposte o le posizioni di Francese. Nelle lettere scorrono certamente confidenze intime e inquietudini esistenziali, ma anche  convinzioni, principi, giudizi e orientamenti, insostituibili sotto il profilo critico per approfondire i processi creativi.
”Chighine e Francese – sommo nel colore l’uno, grande sin da ragazzo nel personale umanizzato disegno l’altro – non sono ancora giustamente apprezzati per i meriti del loro valore”. In questa dichiarazione finale c’è la fondamentale motivazione dell’opera portata a termine dal critico lodigiano.

Il libro: Morire sconosciuto e libero di Tino Gipponi –Carteggio Chighine-Francese, pagg.144, Federico Motta Editore, 2005, euro 20

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