DANIELA MARCHESCHI e “L’arte della fuga” di Giuseppe POntiggia


Scan_Pic0063L’arte della fuga di Giuseppe Pontiggia è un romanzo sperimentale. Negli anni Sessanta era stato definito un “antiromanzo”. Anche se non era di quelli che molti allora scrivevano rivendicando il diritto al linguaggio-caos per riprodurre il disordine e il trambusto della società, e, al contrario, si appoggiava a una salda coscienza critica e teorica e alla tradizione letteraria (anche antica).
Più propriamente, oggi lo si definisce un romanzo “prismatico”, secondo la felice attribuzione di  Daniela Marcheschi, critico e antropologa, redattrice di Kamen’, che coi prismi e i poliedri (con i percorsi interdisciplinari) ha sicura confidenza da avervi intitolato un suo libro di saggi.
L’arte della fuga  è stata stampato una prima volta nel 1968 da Adelphi e ripubblicato in versione riveduta nel 1990. Ora è stato riproposto da Mondadori negli “Oscar”, a dieci anni dalla morte di Pontiggia, con una importante “lettura” critica della Marcheschi.
Con rigore, emozione e piacevolezza la studiosa introduce al percorso di ricerca di Pontiggia, individuando il filo d’Arianna sul piano dei temi e dello stile, dei nuclei generatori di pensiero e di riflessione formale che dall’uno all’altro scaturiscono.  Un lavoro di scavo agevolato dall’ avere sempre coltivato da una trentina d’anni uno specifico interesse per l’opera del narratore e saggista, dedicandogli interpretazioni che sono decisamente ben altra cosa della critica catalogante oggi in vigore. Tra i frutti di questo interesse ricordiamo appunto Destino e sorpresa (editrice C.R.T, Pistoia, 2000) dedicato ai cinque  scritti pubblicati tra il 1959 e il 1963 sulla rivista “Il verri”, della cui redazione, guidata da Luciano Anceschi, lo scrittore comasco fece parte.
Dopo le Opere,  curate per i Meridiani Mondadori, questo nuovo contributo alla conoscenza della sua scrittura, risulta particolarmente illuminante e aiuta a far capire le complesse basi culturali della ricerca letteraria dell’autore, un intellettuale rigoroso, dotato anche di una buona dose di ironia, “schivo ma instancabile e vorace nelle sue letture, tenace nell’amore della riflessione sulle opere degli altri e sue”.
L’introduzione a L’arte della fuga  rimarca  il gusto del narrare di Pontiggia e la sua concezione della funzione narrativa intesa come invenzione e come scoperta; che si ritrova nella attività di scrittore fatta di razionalità della sintassi, chiarezza della parola, nuove valenze allusive e simboliche. Non solo. In essa vengono rese ulteriormente chiare le ragioni del  distacco (della rottura) dello scrittore con certa neoavanguardia che della letteratura aveva una concezione di protesta e di giudizio ideologico a priori, pur condividendone lo slancio di rinnovamento del linguaggio.
L’analisi della Marcheschi si rivela irriducibile nel cogliere le distinzioni e severa nel denudare gli alibi culturali delle avanguardie degli anni Sessanta, confermando l’ adesione alle posizioni di Pontiggia, preoccupato che l’esercizio della letteratura non venisse svuotato al punto di privarlo d’ogni aspetto intenzionale ed etico. Anziché insistere sulla “morte del romanzo”, che era il leit-motiv corrente quegli anni Pontiggia sostenne sempre la fiducia nelle possibilità della letteratura.
Lo scandaglio preciso, accurato, meticoloso al punto da essere scambiato per pedante permette al lettore de  L’arte della fuga di introdursi meglio in quella sorta di “materia plastica” fatta di sperimentalismo e tradizione, di valori espressivi e significati semantici. Ed è interessante come l’approfondimento critico  recuperi testimonianze e percorsi non scontati attraverso carte inedite e interviste, che permettono di dividere con maggiore nettezza l’esperienza dello scrittore da quelle di altri collaboratori de “il verri”.
Da critico rigoroso ed esigente la Marcheschi non esita a dare spazio e merito ai contributi di altri critici altrettanto raffinati e colti (Pietro Dallamano) che individuarono nei testi di Pontiggia una capacità straordinaria di rinnovarsi dall’uno all’altro, attraverso trame, linee e tracce in continua trasformazione.
Analizzato nelle “sequenze” L’arte della fuga arriva così ad essere di più facile comprensione, anche se nella sua analisi la Marcheschi non manca di avvertire che si tratta comunque di “un romanzo sempre poco prevedibile”. In cui, anche “episodi in apparenza banali” possono inaspettatamente “ imporre un altro sguardo, suggerendo significati nuovi delle cose”.
Le fondamentali riflessioni teoriche e critiche della Marcheschi, combinate con quelle dello scrittore, conferiscono una prospettiva critica di maggiore correttezza alla lettura sia delle tecniche espressive che delle complesse articolazioni dei significati  presenti negli scritti di Pontiggia.

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