L’OPINIONE. La cultura e la veduta corta degli enti locali


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di  ALDO CASERINI

E’ difficile non riconoscersi in molte delle riflessioni e delle proposte che si sentono in giro (visitando mostre, girando per  librerie, incontrando  amici al cinema, al concerto, a teatro, a una conferenza, al bar) sulle “cose da fare” o sulle cose “che si potrebbero fare” per sostenere la cultura sul territorio. Spesso sono opinioni differenti, diverse a seconda del livello di conoscenza delle  priorità, dell’ opportunità e dell’ interesse che in esse si riconoscono. La critica è sempre  un esercizio facile. Non a caso si dice che criticare è lo sport più diffuso. Forse anche il preferito. Specie quando viene esercitato in contesti che mostrano una sufficiente intelaiatura di regole, controlli, azione e  “visione”. Difficile comunque non convenire con chi da noi chiede non tanto una maggior dose di marketing culturale, ma un territorio attrattivo “diffusamente”, dove i maggiori Comuni siano in grado di prendersi carico di uno sviluppo equilibrato e integrato del territorio. A questa visione corrispondono spesso proposte e idee che intrecciano a rete progetti e attività di produzione, strutturali e di servizio, e che delineano un disegno possibile di integrazione e modernizzazione delle città attraverso il comune sostegno alla “crescita della vita culturale”.
In questa proiezione, si avverte in ogni caso il persistere di contraddizioni come quelle che contrappongono le ambizioni di auto-rappresentazione di una cultura localista e le esigenze di “sprovincializzazione” delle forme culturali che solo scelte di politica culturale integrata possono favorire.
In difetto di un “mecenatismo privato”, che quando fa capolino mostra quasi sempre un volto equivoco,  il “mecenatismo istituzionale”  finanzia la cultura, in quanto attività socialmente meritoria a prescindere dal generare gradimento da parte dei fruitori e della significatività dei flussi economici indotti a favore dei comparti “passivi”.
Nell’ insieme  il territorio della cultura da noi risente di aspetti antagonisti e di fraintendimento legati all’economia. Se è vero, come è vero, che la cultura “rende”, e quanto, come, a chi. Più volte dimostrato. 
Gli eccessi di programmazione possono procurare per se stessi fraintendimenti. Le sovrapposizioni, le imitazioni, gli eccessi incoraggiano la dispersione delle risorse (economiche, strutturali e umane) e favoriscono lo svuotamento dell’interesse del pubblico. Mentre le esigenze della cultura hanno bisogno di “visione”, di finalizzare l’offerta  per qualificare il pubblico, non importa se di massa o di nicchia.
Le esigenze vere non sono tra prodotti e produttori locali e tra cartelloni festivalieri esterni, ma tra la dimensione assunta dalla sfera dell’intrattenimento culturale a scapito della “valorizzazione”.
Non può stupire pertanto che sin qui l’assenza di una visione territoriale  abbia  negato validità all’offerta complessiva, a prescindere.

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