ANGELO MONICO (1915-1995), una pittura specchio dell’esistenza


Angelo Monico: "Tetti", olio su travola, 1950, cm 33x49

Angelo Monico: “Tetti”, olio su travola, 1950, cm 33×49

Il 1 giugno del 1995 moriva a Lodi il pittore Angelo Monico. Era nato il 5 maggio del 1915. Tra due anni ricorrerà dunque il centenario della nascita. Lo segnaliamo con anticipo perché varrà la pena che la sua città lo ricordi. Monico è un artista che merita non solo di serbare ricordo, ma di approfondire. Uno sforzo del tutto personale lo ha messo in campo tre anni fa Tino Gipponi al quale va il merito della esposizione di suoi lavori con l’intento di richiamare luce sulla sua arte.
Monico è stato protagonista di una pittura complessa. Entrata in un intreccio di risvolti psicologici e di carattere dell’autore, e finita in un vicolo faticoso di tempi lunghi e di incompiutezze quando non di espunzioni e di abbandoni. E’ una figura da studiare e approfondire. A cominciare dal suo innesto sul tronco di adesione cézanniana (dopo le iniziali frequentazioni degli studi di Migliorini, Spelta e poi di Brera, dov’è stato allievo di Steffenini, De Amicis, Bartolini). Lo si ritiene il maggiore esponente della pittura lodigiana del ventesimo secolo. Attribuzione che fa discutere, ma solo perché dell’artista si è visto poco e per di più in collettive, prevalendo in lui un senso di indifferenza alla platea. Ha fatto comunque da cerniera anagrafica – insieme a Vigorelli, Locatelli, Migliorini, Bonelli, Maiocchi, Vecchietti,  ben differenziandosi da loro per risultati, linea formale e consapevolezza critica – tra il percorso dei Zaninelli, Spelta e Vaiani da un lato e la generazione di Podini, Marzagalli,  Bosoni, Vertibile e dei fratelli Vailetti. Una cerniera ovviamente non stilistica – in questo senso anzi la distanza è assiomatica – ma personalità di riferimento, di rispetto per i parametri culturali connessi con il mestiere del pittore.

Angelo Monico: "La Madre" (Teresa Lacchini), olio su tavola, cm44x34,5

Angelo Monico: “La Madre” (Teresa Lacchini), olio su tavola, cm44x34,5

Quel poco che di lui in vita si è potuto vedere e di quanto Gipponi è riuscito (faticosamente) a mostrare nella selezione-omaggio alla Bipielle fanno riconoscere che di tutti i pittori del suo tempo è stato il più accurato ed equilibrato, e, sul piano dell’analisi culturale, quello che ha meglio espresso posizioni di tensione formale e di pensiero.
Assertore della “pittura lenta”, Monico ha coltivato un’arte senza azzardi attorno a  pochi soggetti:  i ritratti (in prevalenza della madre), i tetti della città, qualche natura morta, rarissimi paesaggi. Tenendoli tutti insieme con straordinaria  sobrietà narrativa e stile. Nelle pieghe raccontano la stessa cosa:  la storia di  un’anima solitaria e introversa, capace di un linguaggio moderno, mai aggressivo, introspettivo e poetico.
Di profonda moralità del fare e di giudizio – una delle sue caratteristiche più vere – si è imposto al rispetto anche di chi partecipava di tutt’altra poetica, o di tutt’altro linguaggio.
La sua è una pittura che parla da sola. Che non sale in altezza, ma scava in profondità. E’ frutto di un’ indagine solitaria, individuale, interiore, e di scelte contro il disfacimento dello sperimentalismo frenetico. L’arricchiscono non una generica liricità ma un passo elegiaco di memoria e di commozione. Oltre, naturalmente, un tonalismo moderno, i colori che assumono funzione di luce e ombra, l’effetto plastico ad esso conferito.
C’è in essa la lezione di un Cèzanne e ci sono gli accordi di un Marussig, due maestri coi quali Monico visse in silenziosa familiarità fino alla morte, dai quali seppe rimanere autonomo e indipendente affermando una propria capacità di sintesi formale e plastica. Monico ha padroneggiato una tecnica di velature e ispessimenti, di passaggi e tonalismi lombardi. La sua pittura è stata calcolatamente lenta, perché acutamente ripensata e spogliata d’ogni amplificazione, dominata dal senso umbratile delle ore, delle meditazioni e dei ripiegamenti.

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