NATURARTE 2013. ORTI e ORTISTI:“Se non son mati no i volemo”


topi

L’Arsenale di Bertonico come I Giardini di Venezia? Naturarte come il Palazzo Enciclopedico della Biennale?   Ambizioni e aspirazioni si possono naturalmente  incontrare dappertutto, anche  nel raccogliere  i semini negli orti dello scibile umano. Qualche distinzione tra Bertonico e Venezia, pare ovvio  si debba però riconoscere. Per esempio i promotori del progetto “Orto d’Artista” restano  convinti della bontà del “seme” innestato al punto di assicurare che “negli anni” la loro scelta  “produrrà un raccolto organico, inorganico, artistico, intellettuale, sociale, sperimentale ed altro ancora”.
Sappiamo bene, a Venezia tutto è concesso. Persino la messa in mostra di “ossessioni al limite del caso clinico”  per usare le parole di un ipercriticome. A Bertonico, dal momento che siamo in provincia, di certi vagheggiamenti si potrebbe fare a meno.
Raccogliere per quattro giorni sotto il titolo (“Orti d’artista – Dalla Semina al Raccolto”)  protagonisti dell’art system provinciale mescolandoli a quelli metropolitani, unendo insieme insider e outsider portando alle estreme conseguenze l’assunto che l’arte é vita e la vita é arte, quindi tutti siamo artisti perché nessuno è artista,  non può che “produrre” una disorganica campionatura   che rischia di non far cogliere al visitatore i rapporti intercorrenti tra creatività artistica e attività sociale, tra realizzazione di “cose” effimere, legate alla sola manipolazione e convenzionalmente definite “arte”, e la presenza di valori costitutivi della cultura.
Detto questo, la mostra ha  offerto qualche “sorpresa”. Alcune opere se non si potevano certo definire eccezionali uscivano almeno dal semplice “curioso”.
Gusci e urne sono i soggetti di Liliana Cosi, gli uni realizzati in filo metallico all’uncinetto, gli altri in smidollino, fibra di cocco, vite, raffia e foglie di banane intrecciate. Pierluigi Meda che l’anno passato aveva portato un albero realizzato con tecnica grafica su plastica,  ha progettato un “Altare per la Natura-Madre”. Tonino Negri s èi affidato alla sua proverbiale ironia  con una installazione  divertente di scarpe usate nelle quali ha invasato germogli  chiamando il tutto “Pianta dei piedi dell’uomo ghianda”.  All’oggetto decorativo si è  affidato Marco Uggé, che ha ripreso la moda orientale dello scacciaspiriti, rielaborando in terracotta l’iconografia della povera nutria “invadente”. Chiara Gandini  si è cimentata con un “Paesaggio” in terracotta, una sorta di finestrella che non libera lo sguardo dato il sovrastaree di alberi e costruzioni. Un allegorico Marco Bonfitto ha affidato un paesaggio e a una tecnica mista la filosofia naturalista.. Pino Secchi ha proposto una elaborazione fotografica simbolicamente tibetana con uova dipinte, sabbia e pigmenti. Il progetto elaborato da Marco Mittino e Aronne Almasio  esplora le tematiche della vita e dell’equilibrio con la natura. Di Roberta Tiberi una immagine archetipa. In Grande concerto Adriano Calavalle  ha rivelato risultati percettivi magici. Tra gli altri espositori Paola Blesio, Enzo Malazzi, Gabriella Bodin, Rita Scarpelli, Marcello Corazzino, Erika Lecchi, Domenico Mangione, Clara Bartolini, Federico Villa, Luigi Poletti, Lina Ferrandi, Dario Diegoli, Annalisa Riva, Marilena Panelli, Gregorio Di Mita, Daniela Gorla, Olga Varalli, Luca Armigero, Elena Furlanetto, Vittoria Arena, Monica Wolf, Daniele Denti, Damss, Loredana De Lorenzi e Elena Amoriello, Michela Tornaghi e Silvia Capiluppi, Mara Serino, Federico Villa, Gabriella Bodin. Anna Maria Scatigna, Manuela Nava, Donatella Borussi. Parafrasando Beuys: «Ogni uomo possiede l’orto più prolifico del mondo nella sua testa».  Ognuno una volta nel suo orto può farsi gli sciamani suoi.

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