L’OPINIONE, la ricetta delle mostre d’arte collettive


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Non solo in estate, ma soprattutto d’estate, ogni episodio, ogni mostra, ogni esposizione, ogni fiera, ogni manifestazione, comprese le notti bianche, finisce per essere presentata come un evento. Al di là della etichettature c’è sempre, in ogni stagione, chi recupera spazi, monumenti, castelli, borghi, chiese, broletti, situazioni ecc. per impiantare una qualche esposizione. A volte per esprimere idee, a volte per riempire un qualsiasi vuoto, a volte per valorizzare il territorio e le comunità locali.
Momenti collettivi  in grado di sottoporre il visitatore a stimoli diversi e continui, si incontrano, malgrado la crisi, gli enti locali in difficoltà e gli sponsor privati che son quasi del tutto spariti. Attraverso questi momenti l’estate da voce anche all’arte e allo spirito, alla proposta, alla ri-proposta e alla novità. Le collettive sono strumenti che attivano lo sguardo su un immediato o un insieme ma che anche,  simultaneamente lo spostano  da un opera a all’altra, da un autore all’altro, da una situazione all’altra.
Le collettive di ensamble, di  pittura, scultura, grafica d’arte, ceramica, fotografia, artmix sono forme organizzative che danno spesso visibilità indistinta a tutti,  bravi e meno bravi, noti e  meno noti, imponendo allo sguardo una sorta di livellazione o di parificazione.  Salvo, naturalmente, nei casi in cui la personalità di un artista non sia davvero tanto forte da prevalere sulle condizioni oggettive.   
In generale, le collettive  sono una incognita, quando manca alla base un’idea e l’impegno organizzativo è molle. Collettiva è un termine che disegna tante cose, anche opposte, che san tenersi bene insieme o niente affatto. Se l’audacia è rivolta ad altro e l’obiettivo è dare visibilità non ai contenuti, la collettiva e solo un’occasione per uno statement ulteriore.
Sono lontani i tempi in cui i pittori cubisti organizzavano mostre di pittori cubisti, gli astrattisti di pittori astratti, i chiaristi di pittori chiaristi, e via di seguito. Erano mostre che avevano un loro carattere unitario, di specifico significato. Facilitavano l’analisi critica e la raccolta di elementi utili agli storici. Erano uno strumento del fare cultura. Poi tutto è cambiato, in modo più semplice e spesso banale, veloce e disordinato. Hanno perso il carattere di una volta. Abbastanza spesso sono un procedimento un po’ arruffato che permette, soprattutto in provincia,  di “mettere in piedi” una mostra in fretta.
Solo attenendosi al principio della “qualità”, che riguarda opere e autori, le collettive possono assolvere alla funzione di “collante di utilità culturale”. Solo se sanno tenere fermo il principio della qualità – proprietà distinta e determinata dell’aspetto formale dei manufatti artistici, ma anche concetto estetico e morale  di fondamentale e costante valore, possono essere un appuntamento culturalmente serio.

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