Flavio Carrera, essenza e valore di una pittura drammatica


F, Carrera: "Fuck all!"

F, Carrera: “Fuck all!”

Piangere e sentire. Forse nulla caratterizza meglio lo spirito e l’opera di Flavio Carrera di queste due parole cariche di emotività. Gli amici gli hanno dedicato, attraverso una paziente e affettuosa e intelligente ricerca, la retrospettiva che si è inaugurata sabato all’ex-chiesa dell’Angelo di Lodi; una iniziativa di assoluto profilo culturale, che dimostra ai concittadini l’importanza dell’opera di questo  artista ancora troppo poco conosciuto nelle sue intrinseche qualità pittoriche e artistiche e più per la triste conclusione della sua vicenda umana. L’esposizione, tanto per la varietà quanto per la completezza della documentazione raccolta, consente di approfondire (e apprezzare) in modo adeguato  i principali cicli (o momenti) pittorici e la significativa testimonianza dei suoi disegni, che ne confermano la grande preparazione e la personalità umana.
Carrera era una giovane promessa, uno che guardava tuttavia con estraneità all’arte locale e a quella del proprio tempo. Nella sua pittura, dentro alla esasperazione della forme e della materia, ha sempre messo la figura dell’uomo,  presentandola in modo che il senso artistico e quello umano – il co-sentire -, risultassero una cosa sola. La conseguenza è il carattere sorprendentemente autobiografico della sua pittura, sia pure attraverso il progressivo trapassare e fondersi in tematiche più generali. Sia la rappresentazione della miseria umana o il colloquio con la morte, sia certe espressioni certamente collegate all’introspezione esistenziale,  non sono scelte a casaccio, corrispondono a una necessità. E’ dal ‘cosa’ – dal contenuto -, che l’artista trae il ‘come’ – la forma.
Carrera è uno dei pochissimi artisti locali della sua generazione ( 1984), forse l’unico, che ha saputo e voluto

Flavio Carrera: "Crocefissione"

Flavio Carrera: “Crocefissione”

affrontare  temi  legati ai drammi della guerra, ponendo sullo sfondo delle proprie figurazioni le pagine del Nuovo Testamento e quelle del Corano, da evidenziare ancor di più il bisogno di una nuova umanità e le contraddizioni dell’umano costretto a vivere nel proprio tempo in compagnia del male e delle sofferenze. Era giovane, conosceva il dolore e sapeva elargire compassione con una abilità che nel modo di affrontare i motivi era anche una professione di fede nell’uomo.
Nel quadro delle tragiche vicende di cui era stato testimone,  da lui affrontate non in chiave di selezione politica ma di delirio umano individuale e collettivo, aveva perciò maturato consapevolezza delle implicazioni di tipo estetico e formale, orientandosi a spostare l’attenzione dal disegno classico a forme di trasfigurazione espressionistica, tale da poter accogliere nei ritratti e nelle figure le molte e silenziose ed eloquenti tragedie della vita e quelle più sottilmente esistenziali proprie, conferendo ad esse la massima forza icastica. Come in Goya o come nella Kollwitz i suoi risultati – tecnicamente e linguisticamente sorprendenti – sono ineccepibili nel senso del “patire” o del “sentire insieme”. Alcuni  appunti testimoniano di questo suo impulso, anzi di questa coazione a “patire insieme”. “Un quadro – ci disse una volta da Claudio Arioli – deve avere un significato. Senza significato può solo essere una bella decorazione”. “Il pianto è una delle espressioni poeticamente e umanamente più belle”.
L’omaggio che gli hanno dedicato con questa mostra gli amici conferma che l’artista non ha mai fatto un lavoro a freddo, ma in un certo qual modo sempre col suo sangue. Davanti alle sue tele lo si avverte. Trascinano direttamente nel quadro, costringono  a identificarsi col soggetto e a dimenticare il problema dei mezzi con cui gli effetti sono stati raggiunti.
In Carrera la composizione anche là dove è ricca di materia, è limitata all’essenziale. A ciò che evoca più immediatamente il contenuto emozionale. Non si perde nei particolari naturalistici, articola tutto attorno al tema, in prevalenza della vita e della morte e all’ intreccio con il sacro,  particolare che rivela la sua sensibilità e attenzione anche per le antiche forme iconiche cristiane. Tutto comunque sentito e sintetizzato nell’elemento propriamente espressivo. Con una impronta che verrebbe da dire slava. Quindi facile da dire ora, sapendo che questo giovane era stato a 15 anni nei balcani. “Crocefissione uno”, “Mother & Child”, “fulk all”, ecc. ne offrono comunque una dimostrazione eloquente.  

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