Premio Brambati, pittura tra regole, ricette e uniformità


Premio Brambati

In senso orario: Chiara Albertini, Gabriella Bodin, Elena Amoriello, Lorenzo Banderali

In un contesto in cui spesso l’opera d’arte è accusata di non essere riconoscibile come tale a causa del ricorrere da parte dell’artista a espressioni diverse da quelle tradizionali, c’è da registrare un fenomeno opposto: l’adozione diffusa di modalità di produzione artistica che possono far ricordare le modalità di produzione tout court.
L’ impressione l’abbiamo saggiata davanti ai lavori del Premio di pittura Brambati ( fino a fine mese allo Spazio Bipielle di Lodi). Alle pareti  in buona dose uniformità iconografica e di modalità esecutiva. Quasi che, imparato “come fare” i partecipanti, anziché agire in autonomia a governare il proprio lavoro e quindi abbandonare ogni vincolo costrittivo, si siano preoccupati di dare un saggio, senza dividersi troppo tra loro, del  livello di apprendimento. Al di là delle qualità esecutive, indubbiamente migliorate rispetto alle passate edizioni, quel che si avverte è la debolezza di interpretazione, la scarsità di idee, racconto,  indagine, utopia, cultura.  
Le eccezioni, naturalmente,  non mancano, ma come al solito sono proprio le eccezioni quelle che confermano la regola.  L’uniformità è diffusa nell’impianto, nella tecnica, nell’aspetto celebrativo e descrittivo, nelle soluzioni materiche e formali e rivelano una carenza di contatto con gli “archivi” della cultura.
Una quarantina i partecipanti. I premiati quest’anno si chiamano Nico Galmozzi (“Sotto il cielo slavo”), Kikoko (“Io e l’altro”), Lorenzo Bandirali (“Einstein”) mentre sono stati segnalati: Gabriela Bodin, Elena Amoriello, Valentina Galletta, Verdiana Calia, Fabio Mariani, Mattia Montemezzani, Annalisa Riva. La figura  domina, è padrona di questa V edizione.. Ma la figurazione non sempre apre ai territori dell’immaginario, è costruita su un impianto di forma e configurazione  e raramente sull’abbandonarsi al gran fascino pittorico. Non c’è l’uomo come summa delle virtù e dei vizi, che svela i segreti dell’anima, ma semplicemente l’immagine visiva.  Lorenzo Bandirali la propone con tecnicità in un acrilico che riprende una icona di Einstein. All’iconismo illustrativo si riserva Nico Galmozzi che punta su una essenzialità di tipo grafico e a qualche concessione di maniera. La si ritrovai nella stampa-monotipo (“Fuori dal passato”) con cui Cristina Lancellotti  consegna una allegoria; e, poi, via di seguito nella “Ballerina” di Verdiana Calia,  in “Mistero attivo” di Fabio Mariani dove  s’incontra una atmosfera sospesa, in “Autoritratto” di Carlo Zimbelli, in “La vita è bella”, monocromo di Valerio Marzano, in “Ribon”,  pastello (accurato) di Chiara Alberini; in “Donna seduta” di Gabriela Bodin,  immagine affidata all’acrilico e al bitume, in “Il segno in un pugno” di Mattia Montemezzani; in “Ines, giochi d’inverno” di Federica Germani, in parte anche in “Radici”, di Chiara  Lupi.
Poche le opere non convenzionali. Da segnalare il “legno” dipinto di Elena Amoriello, il poster di Luca Armigero, la stampa su plexiglass di Shehaj Arian, l’ecoline (colore solubile immediato all’uso) di Lara Montaperto e il risolutamente etnico Kikoko (premiato).

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