Remo Pagnanelli, la ragione allargata


PagnanelliL’arte dipende da tante cose; la critica no. E se la critica vuole intendere i fenomeni dell’arte occorre che non si abbandoni ad essa, ma adoperi i mezzi propri, che sono poi i mezzi della ragione. Il concetto appena ripreso spiega il perfezionamento delle idee critiche che Remo Pagnanelli, morto venti anni fa  trentaduenne per autodecisione, ha saputo portare avanti. Il poeta e intellettuale maceratese sapeva perfettamente che la critica delle idee precedenti è una condizione essenziale e ne ha dato ampia dimostrazione nei suoi scritti. Ma era aanche cosciente del fatto che i critici devono creare le loro idee a contatto con l’opera, con la storia dell’estetica, con la storia dell’arte e con la storia generale dell’umanità. Per questo ha frequentato artisti, si è arrovellato su temi sostanziali di storia e d’attualità, lontano dall’estetismo narcisistico, affidando i propri elaborati a un linguaggio di forte e compatta misura. Da questo punto di vista la sua opera appare fra le più nuove degli ultimi decenni del Novecento, contraddistinti da spesso da opacità teoretica e stilistica; il prodotto di uno dei critici (e  poeti) più autentici della neocritica italiana seguita all’ epigonismo idealista, al post-marxismo, post-freudismo, alle stesse prime anime dello strutturalismo.
Preparato, intelligente, incisivo, Pagnanelli  ha dato vigore a nuove metodologie interpretative, coagulando ecletticamente e prammaticamente riflessione marxista, psicanalisi (Lacan, il sogno, la visione), formalismo, strutturalismo antropologico (Levy-Strauss), ecc. in un insieme di contributi importanti su pittura, poesia, cinema, musica, estetica, psicologia, pedagogia,visionarietà, ecc. Ha realizzato una “tramatura” originale, ineccepibile filologicamente, qualcosa di ben diverso dell’intelligente assemblaggio.  Remo Pagnanelli
I suoi saggi, gli studi e gli interventi critici sono stati raccolti e accordati da Amedeo Anelli nel volume  “Scritti sull’Arte”. Un lavoro certosino che soddisfa almeno un paio di esigenze: consente a un vasto pubblico colto una agevole lettura critica del pensiero del poeta e critico maceratese; far ritrovare il piacere per le interpretazioni innovative, controcorrente, rigorosamente coerenti.
Nell’antologia pubblicata dal Vicolo del Pavone  – un’ottantina di pagine dedicate alla definizione della visionarietà, all’estetica pedagogica, alle invasioni di campo tra pittura e poesia, ai codici e sottocodici della musica nel cinema, alle “poeturgie” e a “poeturghi”, alla pittura di Scipione, Mafai, Guttuso ecc. – trova rilevanza e valorizzazione l’esperire estetico, l’ idea dell’arte. il critico-poeta che unisce a una informazione interdisciplinare la lettura capillare e il rigore della ragione giudicante.
Il lavoro di ordinamento condotto da Amedeo Anelli ha meriti non marginali sia per la mole dell’impegno richiesto, sia per la rispettosità filologica con cui è stato portato a termine, sia per gli aspetti di utilità pratica: la compilazione di un indice generale dei nomi, la correzione di errori di stampa, l’avvertenza apposta ai testi. Grazie al suo impegno possiamo oggi dire di avere ritrovato il segno di una esperienza critica originale e autonoma. Potrà sorprendere, è vero, che questa esperienza non abbia ancora una buona diffusione malgrado l’impegno (non in senso memoriale) di studiosi quali, in primo luogo, Daniela Marcheschi redattrice di Kamen’, Guido Garufi. Ugo Piersanti, Rinaldo Caddeo, Gilberto Finzi. Se si considerano i tempi che i processi di storicizzazione della critica solitamente richiedono; e, immaginiamo, l’interdizione strutturale e l’interdizione politica che da sempre gravano su arti, poesia e letteratura, i segni di ritardo e di insufficienza degli storici della critica nei confronti di Pagnanelli si possono spiegare ( e sopportare).
Indipendentemente dalle consacrazioni ufficiali però le pagine da Anelli raccolte e ordinate danno sostanza alla convinzione che tra i giovani poeti dediti alla critica d’arte della seconda metà del Novecento Pagnanelli sia tra quelli che meglio hanno saputo interrogarsi su una serie di problemi che attengono agli equilibri e alla natura dell’opera d’arte. Non solo. Nell’ introduzione a “Scritti sull’Arte” il curatore ricorda una particolarità di Pagnanelli critico, quella di avere operato “con una ragione allargata attenta anche a ciò che ragione non è”, concentrandosi tutto sulla “ricerca di statuti, di compossibilità e di rigore etico”.
C’è sempre un lato oscuro nell’arte, un’ entropia (diceva l’autore dei saggi), che suggerisce di stare ben lontano dalle “beanze” e dalle “derive” (parole sue). Queste ombre, questi lati oscuri lui ha cercato di analizzarli, di chiarirli e di ordinarli, con un lavoro di intelligenza, analitico e sistematico che gli ha permesso di occupare da subito un posto d’evidenza nel campo degli studi più innovativi e avanzati della cultura. Senza dimenticare l’onestà intellettuale che lo ha contraddistinto. Nella “correzione di tiro” su Penna, Luzi e Montale è giunto a confessare di avere obbedito a “eroici furori ideologici” più che alle regole etiche della critica” (in Kamen’).
Riuscite a segnalarci un critico che oggi sappia fare altrettanto?

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