GIAN MARIO FERRARI, Le mutazioni


Gian Mario Ferrari,

Gian Mario Ferrari,

Capita, capita ancora. Di imbattersi in giro in certi “ar-tristi”. Così li definì Francesco Bonami, curatore di progetti di arte pubblica. Sono coloro che diffondono cattivo gusto. Approfittando del cattivo gusto altrui. Sono pittori che diffondono opere da “far verguenza” (sempre Bonami). Tradotto dallo spagnolo: brutture, vergogne. In Italia, ma non solo nel Belpaese, il contagio è sempre molto alto. I casi si contano in numero preoccupante. Naturalmente anche nel Sudmilanese, anche nel Lodigiano, dove gli imitatori si contano a decine. Si definiscono, li chiamano “allievi di…”, “discepoli di…”, “epigoni di…”. Molto semplicemente, pappagalli. Contraffattori. Nel migliore dei casi semplici imitatori che diventano schiavi dei loro modelli. Eppure piacciano e ottengano successo, non si sa bene perché. Accade. Questo basta.
Qualche volta però accade il contrario. D’imbattersi in un solitario, sconosciuto, battitore libero, dal percorso creativo opposto. Che qualche riferimento o parentela ha di certo, ma non lo fa venire troppo alla luce, lo tiene sotto al proprio stile o esperienza o linguaggio. Lo manipola, trasforma, deforma, lo impasta con altre cose, fa il pieno con l’intelligenza, la sensibilità, i pigmenti, la tradizione, la forma, la contorsione, lo spazio… Uno di questi è Gianmi (Gian Mario Ferrari), borghettino. Uno che si serve della pittura come di un enorme aspirapolvere, capace di risucchiare un’ emozione,  una forma, una suggestione,  un confine, un racconto e riesce a parlare con sincerità della vita. E di pittura. Può darsi che non abbiate mai sentito parlare di lui, a meno che non siate andati qualche mese fa a Casale a una delle ultime mostre che l’Istituto Cesaris ospita  o a Palazzo Rho a Borghetto in occasione di qualcuna delle sue fiere primaverili. Ma una volta che lo vedrete e imparerete il nome, vi piacerà sicuramente, che siate grandi o piccini, perché vi accorgerete subito è uno che ci sa fare, affascinante nell’uso del colore, che usa con furbizia la scomposizione e le forme le armonizza nello spazio, è figurativo, a volte specchia il surrealismo, a volte fa venire in mente la computergraphica (senza che usi il pc), evoca  con giusto grado di fantasia  il mistero. Non fa gridare allo scandalo, ma nella dimensione plastica può far venire in mente i contorcimenti corporali di un Mapplethorpe, naturalmente senza sfiorare la sua pornografia.
Tradizionale, aniconico, astratto, perversamente decorativo, gioca col colore sulla superficie. Passa dal pathos alla profondità alla visione, al vistoso ornamentale. Compone, scompone e ricompone figure, corpi. Ma non solo quelli. Con quelli costruisce enigmi fisici in atmosfere e spazi. Sempre puliti, razionali, deserti. Come Antonioni nei suoi film, nelle sue tele si può cogliere (cogliamo) un’atmosfera neoindividualista. Almeno pare. Ma le idee non mancano, abbondano e la pittura anche, sventola come una liberazione sui fondi, non è una trappola. Coniuga tradizione, folclore e contemporaneità.
 Sabato 4 maggio, una sua personale, dal titolo “Mutazioni”, presentata da Amedeo Anelli, si inaugurerà alla Biblioteca  del Comune di Borghetto Lodigiano, in via Garibaldi n. 98. Dice Anelli: «Scomposizione e ricomposizioni di figure e di corpi e corporeità. Dal corpo grande, al corpo parcellizzato, in un attraversamento del clima informale e delle cromie della grande tradizione figurale ed aniconica novecentesca. Ferrari mostra una qualità della pittura e della sensibilità che sa coniugare tradizioni differenti in una resa stilistica che non è mai semplice esercizio di capacità  e qualità, ma scavo del reale e sintesi di sensibilità».            

La mostra resterà aperta dal 4 maggio  fino al 10 maggio. Orari della Biblioteca: mattina dalle 9,30 alle 12,00 – Pomeriggio dalle ore 15,00 alle ore 18,30

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