PEPPE NOVELLO, QUEL RISOLINO COMPOSTO


Beppe Novello

Beppe Novello

Sono venticinque anni esatti che Novello ci ha lasciati e che avvertiamo l’assenza della sua vena ironica, garbata e intelligente. Ma cos’è mai stato l’umorismo di Giuseppe Novello ? Puro virtuosismo? Puro frutto di trovate e matite come sostenevano alcuni amici suoi? O un semplice graffiare senza andare troppo a fondo, come lo vedevano altri?Certo, la sua matita non fu mai sprezzante. Tanto meno velenosa. Anzi, soprattutto con l’ avvento di certe stagioni, appariva bonaria, indulgente. In molte occasioni addirittura gaia e ‘complice’. Insomma, di “buona famiglia”. Così  si diceva una volta. Poi, quando arrivarono tempi più ideologizzati, anche “borghese”. Ma si intendeva la stessa cosa.
Di sicuro i suoi disegni non hanno mai brillato per “rusticità vernacolari”. Vittorio Beonio Brocchieri, che pure era suo amico e come lui collaborava al Corriere, frequentava il Bagutta che avevan contribuito a fondare, diceva che mancavano “di qualcosa”. Per intenderci, mancavano degli aculei di un Belli, di un Porta, di un Collodi, di un Testoni. Finanche di un Lucatelli. O dello stesso suo nonno materno, il caricaturista codognese Alessandro Bertamini, un artista che  meriterebbe qualche ricerca e approfondimento  da parte di noi lodigiani, come sempre troppo dimentichi e distratti.
Beppo, come gli amici chiamavano Novello, amava Codogno. Ma preferiva starsene agiatamente nella grande e borghese Milano. Anche se i fine settimana li passava di preferenza “nei suoi poderi”, nella Bassa. A vendere quadri (i suoi) ai fittavoli di casa e a curare i propri interessi.
Come render conto dei suoi disegni? Sono lavori che hanno schiettezza, muovono a un risolino composto, escludono sdegno e beffa. Pungolano, ma solo qualche volta. Cioè raramente. Sempre con allegria. Puntando molto sul costume, sui comportamenti, le abitudini, i tic, i vezzi. Parlano della guerra e della villeggiatura o della Scala allo stesso modo. Non scendono nell’arena dell’analisi della società. Si mantengono su una linea di evasione. Di antidoto. Di circolo inglese alla Woodehous  Non richiamano l’humor dei  contemporanei: dei Campanile, dei Guareschi, dei Mosca e dei Marchesi, che osavano esporsi. Né, – spostandoci alle scene -, quello di un Petrolini, di un Ferravilla, di un Govi o di un Paolo Poli.
A dir il vero Novello risulta persino diverso da un Paolo Monelli  col quale collaborava. Ben lontano dai vignettisti del nostro tempo: da un Giannelli, da un Vincino, da un Forattini, da un Vauro, che pure qualcosa da lui devono avere preso.
Novello non ha mai condotto battaglie. Non si è mai impigliato con le aberrazioni del potere o della politico. Tanto meno con  le magagne dei banchieri. Di questo o quel personaggio. Si è sempre tenuto su una linea chiamata “di civismo”. Non amava i modelli popolareschi. Preferiva indugiare sulle cravatte, sulle romanze, sulle conquiste, sulle pesche di beneficenza. In questo riusciva ad essere pungente, sarcastico. Soprattutto quando la sua attenzione investiva l’ambiente artistico e letterario, di cui conosceva pregi e difetti. Ai quali peraltro contribuiva. Figlio di una facoltosa famiglia della borghesia bancaria Novello pittore era un artista legato alla tradizione figurale tardo-ottocentesca. Un vincolo manifestato anche nel disegno umoristico. Praticato con distacco dalla tempestività e dall’istante, dalla cronaca o dalla politica, anche in senso lato. Comunque interessato al dato di costume e ancor più al carattere “essenziale”. Ai tic, alle piccole manie, alle ipocrisie, alla infingardaggine di una condizione sociale. Alla quale lui stesso  partecipava, tanto da autoritrarsi come personaggio in tante tavole.

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