GUIDO OLDANI, intervista sul “realismo terminale”


Guido OLdani foto 2 “ La faraona ripiena. Bulimia degli oggetti e Realismo Terminale”,  a cura di Elena Salibra e Giuseppe Langella, Mursia Editore è stato presentato al Caffè Mursia nei giorni scorsi Il volumetto riunisce “dieci memorie” di Guido Oldani, Francesco Piscitelloo, Vincenzo Manca. Carola Barbero, Alessandro Carrera. Giuseppe Langella, Elena Salibra, Luigi So0rrentino, Lorena Carboni e Margherita Rimi, ricavate da una tavola rotonda tenutasi a Cagliari nell’ambito di Traghettri di poesia. Sulla poetica di Guido Oldani pubblichiamo l’intervista rilasciata dal poeta al direttore di Kamen’, Amedeo Anelli.  

Intervista a cura di  AMEDEO ANELLI

A. A. : Il tuo ultimo libro, dopo quello di versi Il cielo di Lardo (Mursia 2008), è un libro di poetica Il realismo terminale (Mursia 2010). La poetica come visione della letteratura e del mondo è piuttosto negletta nel nostro paese, dove vige una attardata divisione fra teoresi e fare artistico. Perché ti sei deciso a questo passo?
G. O. : Sono stato letteralmente travolto da quello che sta accadendo: è così totale e radicale che sarebbe stato come finire sotto un treno e far finta di nulla. Letteralmente l’uomo non può sfuggire ai prodotti ed attraversa mari e monti per raggiungerli. È  come se tutti quanti volessimo abitare lo stesso punto della terra. Nasce una torre di Babele al contrario, la metropoli come recipiente mostruoso di gente accavallata sugli utensili presenti. In fondo l’umanità intera sta ai beni di consumo come le mosche stanno allo sterco. I secondi sono ineludibili e rappresentano il destino ma questa sarebbe stata, forse, antropologia e mi sarei potuto fermare qui. Questa legge che ci governa ha però dei riscontri nel linguaggio. Tale riscontro è in fondo la mia poetica. Avrebbe potuto nascere anche in astratto e sarebbe stata una finzione letteraria. Questa invece è indotta, coatta, una conseguenza di una causa. Dopo tanto pensiero debole, riferire questo che accade equivale a pensiero fortissimo, è questo il tempo della totalità.

A. A. : Il linguaggio appunto e l’oggetto. In un mondo in cui gli artefatti sembrano prevalere sulla natura prima, di là da tematizzazioni alienative, esiste un dritto oltre al rovescio, per cui gli oggetti umanizzano?
G. O. : Quando negli Usa venne abolita la schiavitù, nacque una organizzazione di schiavi irriducibili che tale schiavitù desideravano conservare. Il beneficio di non dover decidere nulla è infatti enorme. Noi oggi siamo nella condizione di quegli schiavi ma non siamo la minoranza, siamo la quasi totalità; ci sarà un tempo, è augurabile, in cui gli oggetti, a forza di signoreggiarci, ci spingeranno alla ribellione e quindi ad un neoumanesimo. Per ora questo è solo cinematografico e anche un po’ grottesco. Per me l’oggetto, il prodotto, la cosa, l’utensile, la roba, e così via sono termini interscambiabili, perché quello che è il mio centro d’attenzione è la forza obbligante di spostamento del genere umano accumulantesi subalternamente su di loro.

A. A.: Vi è un nodo inestricabile fra poesia ed etica, una tensione conoscitiva in cui il piano etico è fondativo, non solo di quello estetico, ma anche di quello conoscitivo. Daniela Marcheschi propende per un umanesimo antropologico, per quanto mi riguarda per una poesia filosofica interrogante ed aperta, polifonica ed a gradi del sapere, in cui, alla Nicolai Hartmann, l’orizzonte problematico sia in dominante su quello descrittivo e sistematico. Tutti convinti che non tutto avvenga nel linguaggio, ma, che di linguaggio in poesia si tratti, come si pone la questione del realismo e del realismo terminale?
G. O.: Provo a partire dal fondo della domanda. L’aggettivo terminale è riferito alla quantità di popoli già accumulati che hanno cioè “terminato” in viaggio sugli oggetti. Viaggio che i popoli residui si avviano a concludere. Il termine realismo, vuole essere l’immagine della prevalenza, per quel che riguarda il vivere umano, della natura elaborata in prodotti rispetto alla natura in attesa di essere artificializzata. Tale termine intende essere un mirino puntato precisamente su quanto detto. E l’etica? Il linguaggio è capace di tutto, o quasi. Le neoavanguardie hanno provato a lasciarlo libero in maniera che fosse lui a produrre una rivoluzione che noi deleganti non eravamo in grado di concretizzare. Per quanto il linguaggio possa essere libero, deradicato, significante solo, alla fin fine una forza di gravità lo colloca su qualche versante. Cioè il linguaggio non è a-gravitario, non è neutrale, ma ha una sua natalità e un luogo di arresto, che è una meta. Che è un bersaglio. Entra cioè, il linguaggio stesso, in contatto di attrito con la sua ragione prima e con la sua conseguenza ultima. Mentre esso strappa continue briciole di significato dall’ignoto, per farne conoscenza, smuove una qualche responsabilità di chi lo usa. Poiché il linguaggio è umano, è dell’uomo e porta l’impronta del suo giudizio sul mondo. Quello che riguarda il realismo terminale è quello di Enea che porta Anchise, è quello di Atlante che regge il mondo. Dove Anchise e il mondo (pletora di artefatti) costringono la parola dei loro rispettivi sottoposti.

A. A.: Insomma questa terminalità ha più a che fare con una svolta antropologica, con un “urto del reale”, che non con visioni apocalittiche, o nichilistiche, o con lamentazioni sull’imperio della tecnica disumanizzante? In questa prospettiva come si pone la questione dell’umanesimo e la necessità di superare la doppia cultura? Entrambi siamo approdati alla scrittura poetica anche da studi scientifici.
G. O.: Proprio così. La rivoluzione che viene dal Realismo Terminale riguarda totalmente un’alterità con la quale l’uomo utilizza la propria intelligenza. Occorre oggi avere una ulteriore patente culturale, patente che registri da una parte una mutazione lessicale ma dall’altra una capriola stilistica d’assemblamento delle parole; un nuovo modo di dare sequenza ai fraseggi. In fondo rovesciare una similitudine non è poca cosa. È un’alterazione sistematica, che può essere bruttissima, su fino a diventare delicata e poi tenera, drammatica o ironica e comica. Un po’ come due pipistrelli che si parlano a testa in giù, con la stessa familiarità con la quale noi ci parliamo a teste in su. Non si può dire sia esattamente la stessa cosa, anche perché la modalità d’osservazione del mondo cambia con il diverso uso del linguaggio e viceversa. Il rovesciamento della similitudine, a me pare, possa inaugurare un dizionario semantico indotto i cui limiti non sono prevedibili. Immagino nuovi proverbi, nuova sapienzialità, l’insediamento di rinnovate conseguenze. E cioè un mondo espressivo che sia nettamente il contrario dell’accartocciamento nichilismo. 

A. A.: Ai tempi di Stilnostro ponevi l’accento sull’aspetto “profetico”, potremmo dire anche laicamente predittivo della tua poesia, ora che ne è di questa direzione? Se il reale diviene continuamente altro e si possibilizza e la necessità è di “cambiare il cambiamento”, potremmo parlare a proposito della tua poesia di un “realismo prospettico” in cui tutte le direzioni temporali e non si intersecano in un pluriverso?
G. O.: Ai tempi di Stilnostro, che è oramai su uno sfondo circa trentennale, ero avvinto da un’idea di assoluto, di atemporalità. Siccome c’è sempre una modalità retorica, stilistica, lì il canone era dato dal servirsi dei gerundi e dei participi passati. Così facendo il tempo veniva estratto da se stesso e reso indeterminato, forse assoluto. Mi pareva che la cultura del momento, come, a maggior ragione quella di oggi, fosse pari a un dente guasto da cavare. Cercavo di farlo così. Ne usciva una poesia asciuttissima che concedeva niente allo spettacolare. Non è un caso che una testa fine come quella di Giovanni Raboni si accorse di quanto stavo facendo. Ora la faccenda del dente guasto si ripete, ma mi pare di avere colto il processo che lo governa. Tutti i corpi del pianeta si vogliono raccogliere in un unicum, come un corpo umano, in cui il peso della testa sfracelli i piedi che stanno sotto a sostenere. È chiaro che ciò rappresenti una prospettiva. Esattamente come delle linee di fuga che vanno ad incontrarsi in un fuoco. Il fuoco è la congerie urbana degli artefatti cioè sono i prodotti che hanno raggiunto la facoltà di addomesticare il genere umano. Il fuoco citato diventerà, di fatto, le future colonne d’ercole, al di là delle quali, o Ulisse troverà la morte o Cristoforo Colombo scoprirà l’America.

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One thought on “GUIDO OLDANI, intervista sul “realismo terminale”

  1. trasloco ha detto:

    Posso solo dire con sollievo che ho trovato qualcuno che sa realmente di cosa sta parlando! Lei sicuramente sa come portare un problema alla luce e renderlo importante. Dovrebbero leggerlotutti per capire questo lato della faccenda.

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