VALERIO PILON, la poetica ostinata


Una composizione di Valerio PIlon

Una composizione di Valerio PIlon

 

Il veronese Valerio Pilon sfiora ormai gli ottantacinque anni. E’ nato a Castagnaro e ha condotto la sua vita artistica interamente a Milano, dove si  trasferì bambino con la famiglia. Qui ha seguito i primi studi al Liceo artistico Beato Angelico e qui ha frequentato i corsi di decorazione a Brera avendo per maestri Giacomo Manzù, Achille Funi ed Eva Tea. Qui si è fatto conoscere come artista e si è fatto apprezzare anche come docente. Da una vita pratica l’incisione, la scultura la pittura. Ha inoltre realizzato pitture murali in varie chiese: a Torino (S.S. Apostoli), a Caronno Pertusella (VA), a Velate Monzese. Altri lavori ( vetrate, mosaici, incisioni, terre cotte, bronzi) si trovano a Cesano Boscone (Istituto S. Famiglia), a Milano (Istituto S. Cuore, S.Benedetto, S. Maria del Suffragio), ecc. L’associazione culturale Dogo di Galgagnano lo ha fatto conoscere in diverse occasioni ai lodigiani, che ne apprezzano il linguaggio semplice, diretto, carico di curiosità e di suggestioni, di sentimento e interrogazioni in cui il messaggio individuale è testimonianza di atteggiamento morale.

La ricerca in arte non sempre vuol dire “avventura” aa tutti i costi. Può essere la più libera, la più aperta al caso, ma parte sempre da convinzioni e da convenzioni. Anche di questi tempi, che hanno dimenticato lo sperimentalismo programmato delle esperienze delle post-avanguardie storiche, per gettarsi senza tribolazioni in quello occasionale, spesso inventato dell’artmix. Per fortuna ci sono ancora pittori come Valerio Pilon –  poco pubblicizzati ma tutt’altro che intellettualmente ingenui -, che hanno come punto di partenza della loro ricerca  – intesa come scoperta e avanzamento della espressione poetica – termini oggi sicuramente usurati e più innocenti di quelli che si leggono in tante presentazioni: l’operare artistico, l’immagine del dato di natura, l’oggetto sparso, isolato che talvolta può racchiudere qualcosa di smarrito o di esistenziale, l’ emozione – la suggestione, la trepidazione,  il batticuore – e, non ultimo, il mezzo pittorico tradizionale. Una decisione che presuppone, vagliata e confermata la fiducia nella validità e nella ragion d’essere dell’attività artistica, e nel valore conoscitivo ed estetico della singola opera.
Pilon, del quale stiamo parlando, è uno che ancora crede allo sperimentare delle tecniche e ai linguaggi come processo di sviluppo, soprattutto condotti nel rispetto delle norme e delle convenzioni del genere pittura; è uno dei pochi convinti che non esiste, nella complessa e problematica realtà dell’uomo d’oggi, qualcosa che non possa essere comunicato poeticamente, attraverso una figurazione che trova i suoi modi basilari nel codice pittorico.
La sua è una scelta con radici filosofiche e morali. Una posizione che può sembrare ai cultori del “tutto è arte, basta chiamarla arte”, una scelta fuori tempo, in un certo senso tradizionalista, nostalgica, superata dal gusto, e che alla ricerca di Pilon preferiscono una concezione di condizionamento funzionale e di determinismo tecnico, di riaffermazione della libertà d’indagine e di scoperta fatta di dati occasionali, raccogliticci, rapaci che ha avvallo nelle scelte tracciate dal mercato. Contro questi punti fermi dell’attualismo, muove la poetica di Valerio Pilon che con cocciuta ostinatezza si avvale del linguaggio pittorico – nella accezione canonica e tradizionale – da lui progressivamente ridotto agli elementi essenziali per tradurre con maggiore immediatezza in espressione la sostanza naturale delle cose. Come nelle composizioni, che improprio sarebbe chiamare “nature morte” dal momento che non chiedono alcuna benevolenza,  vivono di una materia poeticamente estesa, senza accumuli e trame di grumi e tacche, animate da toni e accordi, dal ricorso a colori in apparenza neutri, da un equilibrio di luce in cui lievita l’invisibile poetico  dando un senso alle tante cose disperse ora su orizzonti ora su diagonali, in alto e in basso, in un gioco di variabili asimmetriche che si ricompone comunque nell’ordine e nella chiarezza finale. Naturalmente ci riferiamo alle ultime opere, figlie di un processo espressivo che ha conosciuto passaggi diciamo “storici”  e che giustificano l’accordo costante tra la presa di conoscenza storica e il momento del suo superamento non per evasione che sfugge, ma per scelta del mezzo pittorico che chiede di vivere eticamente e responsabilmente nell’accordo pieno e profondo un altro momento dell’uomo.
 

 

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