PIER MANCA, la pittura narrativa degli anni Settanta


Pier Antonuio Manca (Bertonico Lo 6 settembre 1947 - Lodi 3 aprile 2012)

Pier Manca (Bertonico 6 settembre 1947 – Lodi 3 aprile 2012)

La mostra di Pier Antonio Manca alla Sala delle Colonne della Provincia di Lodi inaugurata sabato  ha il merito di ricordare l’artista a un anno dalla morte, avvenuta i primi giorni di aprile dello scorso anno, mentre espositivamente sofefrma l’attenzione alla sua attività pittorica dei primi anni ’70, anni che coincisero con il suo rientro a Lodi dalla Sardegna dove si era trasferito coi genitori all’età di otto anni e dove rimase per oltre una quindicina d’anni.
Sono lavori che ci ricordano la presentazione fatta alla Galleria del Borgo a Lodi. In gran parte suggerita da tele che quarant’anni fa ci erano apparse cariche di passione sociale e di tracce di murales isolani, pregne di idee da imporre e da servire, costruite su figure forti e drammatiche. Raffiguranti ferite antiche, scene di povertà, di emancipazione, di lavoro. Pescatori che avevan iconograficamente sostituito i pastori della Barbagia.  Che avevano di quelle linee l’immobilità, la trascendenza delle ripetizioni. Figure che all’interno presentavano “essenze” geometriche.
Una volta stemperate le tensioni politico-sociali e sciolta con esse la forza della memoria personale e dei flashback, quella pittura – esercitata senza doni accademici e con enfasi ragionevole specie nell’uso dei colori -, si è tramutata in scelte di sapore più decorativo, in una pittura intenta a riprodurre la quotidianità: uomini e cavalli, il lavoro dei pescatori dei braccianti, ambienti, madri coi figli, scene di vita collettiva, usanze e tradizioni e l’asciutta identificazione del calvario degli uomini con quello del Cristo.
Per un po’ (non troppo) Manca rimase su quei modelli suggeriti dalla realtà e dalla introiezione di cronache e di vicende regionali. Per molti che non hanno la nostra età e che non hanno seguito le successioni di quel lessico, si tratta di lavori che  “spiazzano” avendo conosciuto già coi primi anni Ottanta, un Manca decisamente più versatile e di saporosa cucina creativa. Di quello che era stato il suo retroterra poetico rimarranno solo poche leggere tracce nelle sue terre cotte, dove l’ispirazione artificiosa e fantastica, congiunta al turbine rapinoso di memoria e di cultura mostrano la concretezza durissima e imprevedibile dei risvolti nell’animo umano.
Gia sul finire degli anni ’70, quella pittura regionale aveva lasciato posto ad altre esperienze espressive, suggerite dalla frequentazione degli ambienti artistici milanesi, che incentivarono la sua personale capacità a bloccare i dati dell’impressione e dell’emozione in un linguaggio di duplice essenzialità espressiva e strutturale  verso scelte figurali meno didascaliche e monodiche. Nella combustione successiva è rimasto poco di quella prima esperienza giovanile. Di tanto in tanto una certa effusione, un certo iconismo, una certa estensione di tempo, l’ ispirazione evocativa e arcaica.
Inevitabile che chi abbia conosciuto il Manca del periodo successivo,  davanti al riassunto ristretto offerto dalla mostra – dove peraltro si impara a conoscere la sopportazione e la presenza di uomini forti per sopportarla, e dove la manualità si sposa sulla linea del racconto – avverta qualche esitazione. Ma i sussulti di estrosità, l’attività vertiginosa ininterrotta dell’intelligenza di Manca  cominciarono a consolidarsi cogli anni Ottanta. Quello documentato è solo un momento storico (o critico) che ha preceduto la performance individuale dell’artista.

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