ROBERTO CRIPPA Fermo immagine (1921-1972).


Roberto Crippa accanto a una delle sue "spirali"

Roberto Crippa accanto a una delle sue “spirali”

 

Di Roberto Crippa si sono perse un po’ le tracce. Non è il solo degli artisti della Brera degli anni’50-‘60 ad essere trascurato. Nel senso che è stato sottratto all’attenzione e all’approfondimento critico e conoscitivo. Quasi che di lui si sappia tutto e detto tutto quel che c’era da dire.  Brera, che vuol dire Milano e che fu il suo palcoscenico incontrastato per almeno un ventennio, oggi lo avvolge di una equivoca velatura. La qual cosa non vuol dire obbligatoriamente indifferenza per le sue opere, per la sua personalità e per quel che lui ha rappresentato. Ma semplicemente un lasciar andare,  fatto di svogliataggine che investe altre responsabilità. A quarant’anni dalla morte, Crippa meriterebbe maggiore attenzione: dagli storici,  dalla critica, dalle cronache, dalle istituzioni. La galleria Pace, sappiamo, dovrebbe ormai avere concluso l’impegnativo censimento e catalogazione delle sue opere. Che non sono davvero poche se si è dovuto aggiungere un secondo tomo al catalogo generale. Ma questo è tutto un altro discorso.
Forse troppo breve è stata la sua stagione per essere ricordata convenientemente al pubblico d’oggi –  non ci riferiamo agli studiosi, ai collezionisti e ai veri mercanti –  con l’ampiezza che il pittore aveva saputo conquistare sul campo a partire dagli anni ’40.  La comunicazione dell’arte, sappiamo bene, ha le sue leggi, soprattutto le sue finzioni e le sue crudeltà. Soprattutto quando è guidata da interessi, anche legittimi. Se di Crippa si parla tanto poco è per questa crudeltà che ha reso meno attenta (non meno importante) la riflessione sul ruolo vivacissimo avuto dall’artista nella pittura, scultura, ceramica della Milano d’oro, quella della ripresa. Un periodo che lo vide protagonista, naturalmente con altri (Dova, Fontana, Dorazio, Baj,  Battaglia, Adami, Ajmone, Vaglieri, Peverelli per fare i primi nomi che ci vengono in mente,  uno dei maggiori interpreti delle istanze culturali di quegli anni. roberto-crippa-collage-polimateric-cm84x691969-collezione-privata
Monzese, allievo di Carpi e Funi all’Accademia di Brera, Crippa  già dal 1947 aveva sviluppato una personale tematica fatta di spirali, vortici, onde elettromagnetiche, correnti di energia. Espressioni confinanti con la sua esperienza di pilota acrobatico. Furono scelte che anticiparono quella concezione mentale prima che operativa teorizzata da Lucio Fontana alla quale allora guardavano con sospetto e persino con un pizzico di ironia  quanti operavano in altri ambiti.
Nel 1948 Crippa si accostò naturalmente alle tesi dello spazialismo firmandone il terzo (1950), quarto (1951) e quinto (1952) manifesto, partecipando con Fontana e Dova alla IX Triennale milanese (1951) e alla Galleria del Naviglio (1952) alla prima rassegna del gruppo. Un’esperienza che influì sul rinnovamento di tutta la cultura milanese. E che, tra l’altro, esaltò  “in modo nuovo il segno e il gusto”,  precorrendo ogni tendenza verso un’arte concettuale.
I lodigiani lo ricorderanno senz’altro per l’attenzione che ebbe modo di dedicargli Tino Gipponi  organizzandogli una grande mostra al Museo Civico, allora centro di una indimenticabile stagione espositiva; per le grafiche presentate dal Gelso di Giovanni Bellinzoni e, ultimo, per il piccolo significativo omaggio dedicatogli dalla galleria di Marco Mazzi in via XX Settembre. Iniziative tutte che hanno contributo a far conoscere anche sul territorio la componente surreale e immaginifica della sua ricerca e del  suo spazialismo.
La sua attività di artista si concluse, purtroppo tragicamente, nel 1972 sul campo di volo di Br sso, dov’era direttore della scuola di volo acrobatico. Oggi, ci si limita più  a pronunciare il suo nome in compagnia di amici, in particolare di Dova, insieme al quale presentò le prime “Spirali” al Cavallino di Venezia nel 1952, di Baj e di Peverelli. A dare luce al senso della sua pittura e della sua grafica contribuì anche Tino Gipponi, che colse nella grafia aggrovigliata limpida e capillare, le suggestioni di una lucidità medianica. E gli dedicò per questo, se ricordiamo anc ora, una sua poesia.
Oggi Crippa non appare più il “ribelle sconclusionato”. Se mai lo fu veramente. Di sicuro fu un animatore della vita culturale milanese e lombarda. Organizzava mostre, partecipava alla redazione di giornali, dibatteva, polemizzava, prendeva posizione sugli schieramenti della pittura. Insomma, “rompeva”. Per dirla col linguaggio di oggi. E che fu anche l’idea che mi feci conoscendolo nello studio dell’avvocato Stucchi, esponente del socialismo monzese.  Le sue opere, anche se si vedono poco, hanno retto all’usura degli anni. Perché, ricordava Marco Valsecchi, si tratta di opere compiute anche sul piano dell’immagine “con mezzi pittorici diversi ma completi e pertinenti a quanto voleva dire”.
Le sue “Spirali” portarono  alla luce  la libertà che animava il movimento informale. Nel segno che insegue e si aggroviglia su se stesso, raccontano la personalissima modalità di intendere lo spazio pittorico come luogo assoluto dell’espressione. Se l’astrattismo geometrico blocca l’idea in una forma, lo spazialismo, nella declinazione di Crippa, da voce alla tensione emotiva ed eloquente liberata dal gesto.

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