ALBERTO RAIMONDI, non solo divagazioni


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Alberto Raimondi, sessantaseienne di professione medico, attualmente direttore sanitario alla Fondazione Danelli, è noto da tempo anche per la sua attività letteraria e per portare avanti “Il Salotto letterario” dopo la morte di Gilberto Coletto. La sua esperienza di scrittore risale almeno a una quarantina di anni fa, alle sommarie esperienze di gioventù, singolarmente adatte a sollecitare ed educare la sua immaginazione e a fornirgli un adeguato contesto letterario di base, molto tempo prima di dare alle stampe Tempo di maturità”, una raccolta di narrativa e di poesia, con la quale vinse il Premio Ada Negri. Da allora, si può dire, il tentativo spericolato di scrivere e riflettere in chiave spesso autobiografica, spaziando negli orizzonti suggeriti ora dalla nostalgia, ora dalla tradizione, ora dalla immaterialità dello spirituale, dalla contemplazione della natura e dell’esistente e da autentiche liturgie, non lo ha più abbandonato. Ha arricchito di colorazioni e adattamenti brillanti una prosa risolutamente lirica e sentimentale collocata nel solco di un naturalismo astratto, metabolizzato su campi odorosi di fieno e viaggi. Raimondi racconta e compone con un occhio che guarda al passato e lo proietta sul presente, attento alla forma e ai significati, all’emozione e al senso, per cui le sue parole ti arrivano addosso a volte di sorpresa, caricate d’energia e d’immediata freschezza, intelligenti e aggressive ma del tutto normali, ricche di grazia e limpidezza.
Il suo ultimo libro Arie da concerto (Youcanprint Self-Pubblishing, 2012), lo colloca tra coloro che oggi sanno dichiararsi insensibili alle testimonianze strutturali dei seguaci di Freud e Saussure, per i quali la struttura della psiche è identica a quella del linguaggio, che di là parte verso una serie interminabile di identità da cui non si salva nessuno e niente.
Non per questo, come dimostrano anche le precedenti fatiche – Quattro preludi e altre bagattelle (2000), Mirella (2003), Poesie in forme musicali (2008) – egli  rinuncia a perlustrare fuori dai furori e dai mixage funambolici, i profumi d’infanzia, i luoghi, i sentimenti, la preghiera, la disabilità, la naja, le infiltrazioni criminose nel gioco del pallone e. i viaggi, e tutto quanto riconosce abbia in sé un’aria un po’ vaga. Nella narrativa e nei versi si scopre il tono casalingo con cui coinvolge in modo misurato, discreto e sobrio partiture monologanti meno tradizionali.  Lo fa mettendo tutto in una forma lenta e lunga, che ne conserva l’autenticità. A scavare bene dietro a parole di assoluto riposo, Raimondi mette tante cose in circolo: la poesia come artificio e come gioco organizzato, l’illusione che rispetta le regole, l’interrelazione tra forma e contenuto, l’equilibrio tra osservazione e le variabili nei comportamenti e nelle cose, il gusto per un certo barocchetto rimastogli accollato dai tempi delle collaborazioni al “Corriere dell’Adda” e del “Cittadino” e lo slancio del sentimento. Arie da concerto è una raccolta di pezzi brevi. Quasi una forma musicale, che lo scrittore ha destinato “a un pubblico non vasto, sensibile agli aspetti formali dell’esecuzione e capace di cogliere le sfumature di sentimenti – gioiosi oppure drammatici – a volte appena accennati o espressi con semplicità e verità”. Così Alberto Raimondi spiega il suo ultimo libro, una sessantina di pagine, sei capitoli e una post-fazione sui temi dell’aria,  che prende le mosse da una Confessione di Filippo De Pisis. Del quale finisce per prendere, quasi l’avesse conosciuto davvero,  anche un certo tono, un certo vestire di velluto, preciso, cerimonioso, puntuale  nel far entrare l’elemento lirico, nell’arricchirlo di valori cromatici. Al virtuosismo dell’occhio e della mano depisiniani, Raimondi, sostituisce e meraviglia con altre biacche e lacche e grumi di parole popolate di arborescenze. De Pisis dipingeva – per dirla con Carrieri – con gli odori, con la memoria, realizzando con la mano prestidigitazioni naturali. Raimondi gioca con la fragranza delle parole, dei lemmi e della natura. Con gli azzurri, i celesti, i rossi, il balsamo dell’aria, la luce frizzante delle voci e delle locuzioni.  “L’intento – confesserà a chiusura del suo libro – era quello di immettere quel tanto di musica e pittura ”da poter vincere le incertezze semantiche e le divagazioni autobiografiche.  Ma Arie da concerto suggerisce anche altro: l’ipotesi di “resistenza” con cui l’autore sembra difendere territori ai margini, non coincidenti con l’orizzonte della narrativa globale

IL LIBRO: Alberto Raimondi  Arie da Concerto, Youcanprint Self-Pubblishing, settembre 2012, € 8,00

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