LUIGI VOLPI, gli anni dell’impegno. L’arte tra politica e utopia


anni_settanta

Rappresentare un decennio di arte milanese – dal 1966 al 1976 -, traendo spunto dal 40° dell’uccisione di Roberto Franceschi a Milano e dall’inaugurazione del Monumento a lui dedicato in via Bocconi, per mettere in scena artisti che alle vicende di quel periodo parteciparono o anche solo simpatizzarono e poi solidarizzarono, non è ovviamente fare la storia dell’arte meneghina di quel decennio. E, probabilmente, neppure può aiutare una collettiva, per quanto ampia, a far conoscere, da sola, anche se con l’ avvallo di una valido reperto fotografico,  a far conoscere  le idee, l’impegno e l’utopia che agitava il clima artistico oltre che politico e sociale della Milano di quegli anni. La pittura milanese fu e rimase, malgrado dolorosi fatti, poliforme e policentrica.
Ne può rassicurare il fatto che certi contenuti di verità, riescono ad assurgere a dati (qualcosa che si presume oggettivo) di tipo collettivo. La mostra curata da Francesco Poli (per la parte artistica) e Francesco Rondino (per la sezione fotografica) su progetto di Ezio Rovida, organizzata dalla Fondazione Franceschi in collaborazione con l’Università Bocconi e con il patrocinio del Comune di Milano che si inaugura mercoledì 23 gennaio agli Spazi espositivi della Bocconi, in via Roentgen 1, è comunque una buona occasione per verificare quanto contenuto di verità può esistere nelle emozioni della memoria. Per i lodigiani c’è poi una ragione in più per visitarla. Ed è data dalla   presenza, in mezzo a tanti nomi importanti dell’arte italiana,  di Luigi Volpi, un artista che, a differenza dei tanti artisti locali, partecipò attivamente e organizzativamente, anche con la sua pittura, a quella utopia quegli anni. Quel clima, fortemente ideologizzato e movimentista agì sulla sua stessa pratica artistica, dandole la forza delle idee. Volpi che già si era liberato degli orpelli romantici per l’astratto,  partecipando al Sessantotto aveva spostato ogni discorso sui lavoro, l’ emarginazione e i manicomi, successivamente abbandonati per dedicarsi a controlli e a confronti più formali.
A quattro anni dalla morte, ad alcuni potrà forse sorprendere scoprire un Volpi diverso da quello visto dopo il suo rientro a Lodi, inconfondibile, ma più per la ricerca dell’equilibrio fra esattezza e stupefazione. Utile comunque per capire che il linguaggio della pittura è anch’esso mobile e annuncia spesso libertà diverse, quella del regno dell’ideologia e quella del viandante.
Artefice di una pittura dai sapori vaghi, lontanamente olandesi, Volpi non ha avuto paura a guardare anche molto indietro, al seicento bergamasco, come nei numerosi “omaggi” a Baschenis e ad altri. Il suo figurativo migliore resta però un altro: quello dedicato ai malati mentali, a contatto bruciante con la “differenza” che la malattia provoca.
 Lasciato quel ciclo, in cui ha rappresentato l’instabilità perturbante  di quella differenza  ha cercato diligentemente poesia nelle anse e nei percorsi dei fiumi, ma anche nelle visioni urbane, con l’ottica di offrire la trascrizione più esatta possibile delle impressioni intime suscitate dalla natura e di rafforzare la suggestione dei luoghi senza inventare o fare ricorso a forme arbitrarie.

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