PERCORSI/ Dove va l’arte “attualista”?


maxxi-roma

Di cosa si parla quando si parla o scrive di arte contemporanea? Parlare di arte contemporanea può essere la cosa più semplice e nello stesso tempo più complessa che ci sia. Su di essa, attorno ad essa, si possono sviluppare le più ampie considerazioni, dire tutto e il contrario di tutto. Cioè niente. Cioè quel che noi decidiamo debba essere: presente, passato, appena fatto, non più recente, accademia, forme libere, occasionali, eccetera.
Dire arte contemporanea vuol dire tante cose: immaginifiche, fittizie, cervellotiche, uniche o ripetitive, raggiunte con strumenti tecnologicamente avanzati oppure libere da ogni impostazione, legate alla sola esecutività, fatte di inconscio, di richiami archetipali o materiali trovati.
Le forme di quest’arte possono essere (o risultare) tradizionali, originali, intelligenti, banali, strambe, intriganti o insignificanti. Seguire una linea concettuale; essere caratterizzata dall’approfondimento del linguaggio plastico; denotare una  conoscenza del linguaggio o risultare da soluzioni compositive adottate. Essere legate all’ esecutività manuale, a quel che l’artista trova nella ricerca del nuovo assoluto o nel recuperato, nella psicanalisi o nella complessità della realtà.
Di sicuro l’arte contemporanea possiede una cosa: il rifiuto della teorizzazione, dell’ analisi. Rifiuta la critica d’arte, non sopporta il giudizio critico (cosa peraltro comune a molta arte del XX secolo). Anche perché canoni, metodi, regole, fondamentali della storia dell’arte e della storia della critica d’arte, mal si conciliano con le nuove esperienze espressive.
L’arte d’oggi brulica di soggettività. Raramente è riconducibile ai concetti e alle forme della storia. Fino agli anni novanta si poteva ancora parlare di transavanguardia, graffitiamo, post-post-moderno, perché le caratteristiche erano quelle della oggettività e della universalità. Tutto questo è stato azzerato. Oggi partecipiamo a una creatività che trasborda in tutte le direzioni, dal design alle decorazioni, dal fumetto all’oggetto quotidiano, dalla pittura fortemente cromatica a quella assolutamente coloristica, dalla materia ai rifiuti.
Basta “fare” e uno si autoelegge artista. Anche se manca dell’ elementare saper fare, saper fare bene, saper fare a regola d’arte. E’ un fiorire di vena che rimanda ognuno a quel che lui intende realizzando qualcosa che ha deciso di definire “arte”. Non è solo questo, naturalmente. E’ anche qualcosa di diverso e di più. Un fiorire di immagini che dà senso alla complessità della cultura e della realtà del nostro tempo, di tutte le interferenze e le interazioni che avvengono a livello commerciale, comunicazionale, operativo.
La ricerca del nuovo… E’ il tema dell’attualità. Naturalmente di una attualità un po’ particolare. Più che per un pensiero sull’arte o per una ricerca sul linguaggio si contraddistingue per l’indiscriminata capacità di dire qualcosa di personale senza preoccuparsi di sottostare a una qualsiasi regola di carattere oggettivo.
L’Italia culla del Rinascimento può esserlo anche dell’arte contemporanea?
Quanti amano e conoscono davvero l’arte italiana degli ultimi decenni? Sono oltre 200 i centri che si dedicano all’arte contemporanea lungo tutta la Penisola: luoghi in possesso di una collezione di arte contemporanea, che danno vita periodicamente a fiere, premi, gallerie, mostre, biennali attraverso cui presentano le cose più dissimili, eterogenee, opposte.
Gli artisti sono tutti proposti e presentati come “personalità”  libere, autonome, uniche. I lavori esposti e pubblicizzati senza richiamare uno statuto di linguaggio o di identificazione. Se ci pensiamo sopra, l’arte d’oggi porta avanti solo un segreto, quello del proprio privato. Non è la poesia, la filosofia, la diversità, un qualche imput o forza o segnale. Non è la visione del mondo. Non ci sono più visioni del mondo, e quindi dell’arte. Non fanno difetto in tale sistema artisti che lo contrastano, magari perché sullo stesso ha messo le mani il business e il mercato. Ma questo solo  nel quadro generale.
Ciò che l’arte contemporanea propone è la moltitudine delle tecniche giocate sulla soggettività. In cambio non ci si aspetta nulla. Neppure è ragionevole attendersi qualcosa.  Gli stessi parametri di giudizio sono di ordine “performativo”. Tutto coincide con l’azione stessa, il fare. Per il critico le opere non sono ne vere né belle. Sono un prodotto, un lavoro. Basta.

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