Luigi (Gino) Franchi, l’intelligenza operativa


Gino Franchi alla presentazione del piattino d'arte 2000 da Vincenzo Sottocasa

Gino Franchi alla presentazione del piattino d’arte 2000 da Vincenzo Sottocasa

Il valore artistico della ceramica lodigiana non è mai stato in discussione. Ma dopo l’ultima guerra, il suo apprezzamento ha ripreso solo nella seconda metà del Duemila. Lo storico Luigi Samarati lo fa risalire ai primi anni Sessanta. Dopo la grande mostra al Poldi Pezzoli sulle “Maioliche di Lodi, Milano e Pavia” e l’interesse rivalutativo di studiosi quali Armando Novasconi, Severo Ferrari e Socrate Corvi che hanno fatto fare un passo avanti alle considerazioni prima di Giovanni Baroni (“Storia della ceramica nel Lodigiano”) e poi ai contributi di C. Baroni  e L. Ciboldi (in Archivio Storico di Lodi).
Le quotazioni della Vecchia Lodi sul mercato antiquario costituirono in quel decennio una importante novità. Mentre, sotto il profilo operativo, importante fu l’apporto di un giovane ventenne artista locale, che non esitò ad assumere la ceramica come linguaggio espressivo. Dire che il contributo di Luigi Franchi alla rinascita della ceramica locale sia stato importante e decisivo sarebbe dir poco. Il suo intervento non si è infatti limitato a dare carica alla produzione, ma ha investito di entusiasmo la ricerca delle forme e dei decori, sviluppando attorno ad essi tecniche e ricette di smalti e vernici, tempi e gradazioni di cottura e introdotto varianti personali nelle pitture.
Scultore, pittore, incisore, arredatore, glass-fusing, la sua prima personale di ceramica risale a più di mezzo secolo fa. In quella occasione Luigi Franchi presentò a Palazzo Barni una serie di pezzi unici dalle insolite forme moderne, che catturarono l’attenzione di un mare di visitatori e trasformarono l’esposizione in un evento. Diplomato a Brera in pittura con Gino Moro e Gianfranco Campestrini e, in scultura, all’ “Applicata” dello Sforzesco, con Germiniano Cibau e Vincenzo Gasparetti, Franchi aveva iniziato a lavorare la terra da almeno un lustro incoraggiato da Elda Fezzi, un critico intelligente e severo e da Suzy Green Viterbo, una eclettica artista di origine egiziana e di rinomanza internazionale, ottenendo subito riscontri promettenti.
Il primo dato emerso da quella mostra consacrò appunto la sua predisposizione al manufatto artistico-artigianale. Dopo qualche tempo, ì’artista si ritenne tanto forte da scrollare la polvere di dosso alla Ceramica Vecchia Lodi dopo la chiusura dell’ultima manifattura locale, riconquistandola all’attualità attraverso il recupero delle vivaci decorazioni dei Ferretti e  riproponendo il taglio artigianale e la visione artistica delle vecchie fornaci lodigiane del XVII e XVIII secoli.
Dal suo laboratorio interno di via San Colombano uscirono vere teorie di oggetti: boccali, ovali ornamentali, salini, candelieri, lampade, caffettiere, vassoi, teiere, insalatiere, salsiere, cremiere, brocche. Soprattutto, l’ammirata tipica zuppiera lodigiana a sezione  ellittica con coperchio leggermente bombato a testuggine dalla presa semplice, coi rossi porpora delle rose e dei garofani e il verde brillante delle foglie prima, e successivamente monocromi. 
Su quei successi egli non si adagiò. Continuò ad ampliare e perfezionare la produzione arricchendola di nuovi colori e nuovi decori – all’italiana e alla francese -, avendo cura di introdurre modelli innovativi che trovarono accoglienza nelle case milanesi per merito di alcuni architetti arredatori suoi amici.
Dotatosi di un forno proprio e perfezionate le tecnologie applicate, Franchi ha quindi impresso alla sua ceramica un salto risolutivo. Perfezionando la tecnica di cottura connettendola all’uso di alcuni colori. Andò incontro ad una più ampia e diversificata domanda realizzando a gran fuoco anche ambrogette allegoriche in diverse versioni stilistiche, fioriere, lampade, cineserie, grandi fruttiere e vasi, alcuni istoriati,  bacili sagomati, piatti ottagonali oblunghi e policromi, frutti monocromatici, rivelandosi unico per l’amplissima gamma cromatica, la freschezza dell’inventiva e l’ originalità.
Sarebbe un errore pensare a una produzione limitata alla riproposizione di opere in stile o d’epoca. Da vero creativo egli ha introdotto nel  proprio repertorio anche forme nuove, non di effimera casualità, aderenti alla sensibilità e alla evoluzione del gusto contemporaneo.
Dopo una parentesi societaria, una volta ritornato alla vecchia “bottega” Franchi ha ripreso a dare alla ceramica apporti personali di sensibilità, cultura e ricerca. Questo almeno fino al compimento degli anni ottanta, fintanto che una patologia oculare non lo ha costretto a rendere meno frequente il suo impegno.
Franchi ha sempre avuto grande riguardo per l’ “alta qualità” . Un concetto che per lui ha significato parecchie cose insieme: disegno e decoro, selezione della terraglia, studio del colore e delle sue proprietà, resa cromatica, controllo della cottura, del gusto e della forma, sviluppo della creatività…
Da tutti è considerato una eccellenza, un riferimento di esperienza, maestria e qualità. Ora che ha superato le ottanta primavere ed è obbligato ad una attività ridotta, sarebbe però ingeneroso, dimenticare la sua storia individuale di artista meticoloso e professionale, lasciare a mezzo la considerazione che merita  il suo generoso percorso di ceramista e di artista, obliare il contributo individuale da lui dato alla storia della ceramica locale, vissuta come un archivio di momenti precisi, di passato e di presente che hanno favorito la sua ripresa e affermazione.

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