Alessandro Degani, artefice del Duomo di Lodi


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Mezzo secolo fa si concludeva a Lodi l’imponente campagna di restauro della cattedrale, avviata nel nel 1959 sotto la direzione di Alessandro Degani. Non sono molti i lodigiani a ricordarlo. E sono sicuramente ancora meno coloro che  ricordano Degani come l’artefice di una scelta che oggi si può benissimo definire coraggiosa, allora sostenuta dal Vescovo della città mons. Tarcisio Vincenzo Benedetti. Quella di fare piazza pulita di quel pesante barocco che faceva del Duomo una chiesona di campagna.
I primi anni Sessanta furono anni di accese polemiche, non sempre disinteressate, che investirono personalmente Degani, nominato dalla Soprintendenza curatore dell’imponente restauro.
Fu lui a scegliere con audacia di vedere cosa si nascondesse sotto ai barocchismi posticci del Duomo, facendone pulizia, con la sola eccezione per le colonne in marmo nero che sorreggono la cripta. Ma fece ancor di più: ricostruì da zero le parti mancanti, inserì un coro dietro l’altare maggiore, spostò il mascone del battistero da una cappella laterale in piazza Broletto, inserì nuovi arredi e strutture rintracciate in altre chiese cittadine, come la tomba Vistarini un tempo conservata in San Lorenzo, o la porta dei canonici, strappata da un palazzo di via Legnano, chiamò il grande Aligi Sassu a decorare l’abside, inserì corpi moderni in bifore antiche, eccetera. “Un falso storico” gridarono i soliti lodigiani “larg de buca” come li chiamava Age Bassi. Si dimenticavano che il “falso” era cresciuto nella chiesa stessa, frutto in particolare delle trasformazioni dei tratti stilistici originali che reggevano dal 1764 le navate laterali (di cattivo gusto). Filologicamente parlando l’opera di Degani non avrà rispettato molto i canoni in voga negli anni Sessanta, ma il risultato concreto è di avere restituito alla città una vera cattedrale, che oggi molti ci invidiano e visitano al di là delle censure critiche. Cosa che fece sotto la stretta vigilanza della Sovrintendenza dei Beni Architettonici. La storia del Duomo di Lodi è una storia fatta a “tappe” o a “porzioni”. La conquista di Milano ad opera del Barbarossa ne favorì la costruzione. Una prima fase edilizia riguardante l’abside e il corpo centrale dell’edificio si trovava a buon punto nel 1163 quando furono trasportate dal S. Bassiano di Lodi Vecchio le spoglie del santo titolare. La facciata – che nel 1183 aveva solo le fondamenta – venne ultimata assieme alla parte alta della muratura delle navate e alle volte a crociera, nella seconda metà del XIII secolo. A partire dal XIV secolo si intervenne sulla struttura originaria con l’apertura di alcune cappelle gentilizie lungo il fianco meridionale, a cui nel XV secolo si aggiunsero il cortile dei canonici e la sacrestia. Un secolo dopo all’abside di sinistra fu addossata una cappella ottagonale in stile bramantesco, mentre in facciata si aprì un’ampia trifora nella navata di sinistra. L’intervento più radicale si ebbe a partire dal 1760, quando si attuò il progetto dell’architetto milanese Francesco Croce che diede all’edificio il vestito barocco. Furono infatti rifatte le volte della navata centrale ricoprendole con decorazioni a stucco, così come i pilastri in laterizio. Nel catino absidale vennero cancellati gli affreschi eseguiti due secoli prima da Antonio Campi. Nel 1764 anche le navate laterali subirono le medesime trasformazioni, rendendo ormai irriconoscibili i tratti stilistici originari. Il risultato – barocco, ma non rigoroso -, venne mantenuto fino al 1958, all’avvio del recupero progettato da Degani.
Gli interventi di Degani si trovano annunciati in Archivio Storico di Lodi e in Architettura Lombarda. Dopo il libro-strenna firmato da Caretta, Degani e Novasconi, non ci son stati, fino  al libro La Cattedrale di Lodi – L’immagine della fede tra storia e simbolo  di  Eugenio Guglielmi (ed. Il Poerio)  approfondimenti.
Il libro del professor Guglielmi ha il merito di avere reitrodotto attenzione ai temi del dibattito specialistico, ma anche alle polemiche che si svilupparono in quegli anni Sessanta attorno ai criteri e agli orientamenti che guidarono l’opera di recupero dell’organismo romanico, in particolare soffermandosi sul profilo della ridisegnatura di alcune parti, la manomissione di altre, la ricollocazione o risistemazione di certe opere e l’inserimento di altre di provenienza diversa. Oltre, naturalmente, ai costi di tutta l’operazione e che allora (allora!) sembrarono elevatissimi.
Quelle polemiche investirono direttamente l’architetto Degani. Forse a causa del fatto che quando mise mano al progetto, era un semplice ispettore della Sovrintendenza e non raggiungeva neppure i quarant’anni. Di nome e di fatto era più conosciuto come un ottimo pittore figurativo (qualche sua opera si trova sparsa nelle case lodigiane). Aveva sicuramente scarsa dimestichezza con l’antichità e la storia dell’arte avendo egli fatto lo scientifico, quindi, come dice il professor Alessandro Caretta nel libro del professor Guglielmi, “gli mancava quel retroterra culturale di conoscenza”.
Nella intervista rilasciata allo stesso Guglielmi, Caretta lascia garbatamente intendere, che certe scelte adottate non avevano convinto neppure lui. Considerava certi interventi “pesanti” e “arbitrari”. Comunque, da storico, correttamente egli ha riportato l’attenzione su alcune “imprenscindibilità”.
Nella sua struttura del Settecento la cattedrale si trovava in pessime condizioni e abbisognava di “risposte concrete e immediate”. L’architetto Degani non arrivò a Lodi casualmente o di sua iniziativa. Fu appositamente incaricato dalla Sovrintendenza. Quel che fece fu sempre preventivamente e attentamente esaminato e approvato.
Se responsabilità vi furono, dunque, si devono mettere carico della Sovraintendenza ai Beni Architettonici di Milano. Fu, infatti, la Sovrintendenza a cercare, per anni, l’accordo con la Diocesi di Lodi affinché venisse privilegiato nel recupero l’organismo romanico. Quel che successe dopo la distruzione dell’”involucro” (di incerto gusto, comprese le volte settecentesche), fa parte solo di una polemica sterile.
Degani, riconobbe Caretta, restaurò tutto quel che aveva trovato di romanico. Dove avrebbe dovuto fermarsi? Cioè, fino dove doveva andare avanti nel ricostruire le parti mancanti?
All’origine di queste distinzioni, c’è sempre la dibattuta dicotomia che persiste nel mondo del restauro tra “immaginazione artistica” e “immaginazione scientifica” e la non ancora raggiunta univocità di definizione di “stato di conservazione”. 
“Il restauro operato dal Degani sulla Cattedrale di Lodi – riconobbe il professor Guglielmi della facoltà di architettura di Milano – è un esempio didattico per seguire lo sviluppo del pensiero tra teoria, scienza e prassi. La sua scelta si mosse infatti tra uso di criteri estetici piuttosto che di criteri ispirati alla sola corretta conservazione dell’architettura storica, attraverso tutte le vicende che l’hanno caratterizzata nel tempo”.
Secondo Caretta, invece, Degani non poteva in ogni caso fermarsi, perché la Cattedrale doveva tornare ad essere nuovamente funzionante.
Oggi, per le sue prerogative, il Duomo di Lodi non sarà magari inserito all’interno del circuito del Romanico lombardo, perché considerato artefatto. Ma su certi “falsi” che circolano in Lombardia ci sarebbe molto da dire.

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