Paolo Ribolini, fuori scena ad Avignone


AVIGNON OFF
VOGLIA DI MOSTRARE LO SCATTO

Il quarantacinquenne Paolo Ribolini, fotografo collaboratore del Cittadino da oltre sette anni, è approdato alla fotografia alla metà degli anni Novanta dopo avere prima spiluccato da giovanissimo un po’ di arte figurativa e di illustrazione. Diplomatosi fotografo editoriale, ha subito collaborato a diversi periodici tra i quali Verde Oggi, Itinerari e Luoghi, La Nuova Ecologia, Rendez-Vous Italia. Ama viaggiare con Nikon e obiettivi e registrare quel che vede e incontra. In una parola documentare fatti, eventi, situazioni, momenti, personaggi. Non è pertanto da confondere con il milionesimo fotografo-turista che ben conosciamo. La dimostrazione la offre d’altra parte nella recente esposizione in corso alla Libreria Sempre Liberi (Lodi, corso Adda, 23) dove presenta un corposo reportage sul festival del teatro di Avignone, attraverso una ricca selezione di frammenti e dettagli colti istantaneamente che diventano insieme discorso e analisi grazie anche all’afflato rappresentato dall’ evento.
Come si è visto per l’occasione la sua è una fotografia frammento, ricca di barlumi da ricordare l’istante. Anche se alla fine – dettaglio su dettaglio  (le fotografie sono dettagli e assomigliano pertanto alla vita) vien fuori il discorso, che non è quello del turista fotografo bensì quello di un osservatore curioso e attento che partecipa.
La fotografia – per dirla con Susan Sontag, newyorkese, già impegnata osservatrice di tanta vita culturale intercontinentale – è una “forma suprema di viaggio e di turismo” – il principale mezzo moderno per ampliare la conoscenza del mondo.
Nelle immagini di Ribolini non c’è niente di provocatorio, o trasgressivo, o  particolarmente inedito o straordinario . Nel senso che tutto è conoscenza, è umano. C’è il colore, il movimento, il folclore di una grande kermesse che mette insieme gente e razze diverse, riconoscibili come tali per la loro immaginazione e fantasia e abilità. Dimostrata nel saper tenere il proscenio, la piazza, l’aggancio con il pubblico attraverso la finzione del vero.
Nel mondo moderno di conoscere, devono esserci immagini perché qualcosa diventi “reale”. Ma perché le immagini non solo ci siano ma abbiano effetto occorre ci sia  l’operatore, colui che sfrutta lo strumento con tecnica e abilità da tradurre il semplice click in qualcosa di importante, di interessante. Non importa se non memorabile.
Le fotografie di Ribolini non registrano verità particolari o nascoste, ma un reale che sposta continuamente attraverso il gioco l’illusione e la fantasia, in avanti il confine stesso del reale. O di ciò che accettiamo di considerare “reale”. Il teatro, appunto.
In questo senso assume particolare valore il compiacimento con cui il fotografo insiste nel cogliere particolari e atteggiamenti e animazioni figurative. Il gioco di singoli, di gruppi e di masse è molto simile in parecchie inquadrature e ciò per il fatto che la macchina fotografica non traccia alcun disegno preparatorio.
Avignon Off, che si chiude il trentuno di questo mese, dimostra non solo l’esercizio del mestiere del lodigiano, ma un linguaggio strutturato che naturalmente è rivolto all’evoluzione. La mostra ha un bel taglio documentaristico, in particolare non soffre di edulcorazioni o appesantimenti, presenta una realtà non così com’è ma piuttosto come il fotografo “l’ha vista” e colta. E’ evidente che la macchina fotografica ha perso la sua pretesa capacità oggettiva e mostra invece l’infinita gamma di soggettività che l’autore degli scatti ha saputo infonderle.

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One thought on “Paolo Ribolini, fuori scena ad Avignone

  1. Paolo Ribolini ha detto:

    Grazie Aldo . Ho molto apprezzato l’articolo che riguarda la mostra fotografica Avignone Off. Ricordo che la stessa sarà ( molto probabilmente ) esposta prossimamente nei locali della biblioteca comunale di Tavazzano e in febbraio presso la libreria Libropoli di S. Giuliano milanese.

    Paolo Ribolini

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