L’immagine per inciso / Mostre


TECNICA E LINGUAGGI DELL’INCISIONE DALLE ORIGINI AL NOVECENTO

L’IMMAGINE PER INCISO, in corso da sabato  allo Spazio Bipielle a cura dell’Associazione Monsignor Quartieri, concepita in funzione didattica o “propedeutica”,  condensa un percorso che dal Cinquecento arriva fino ai giorni nostri (o quasi). Corrisponde a un progetto intelligente, la cui traduzione è stata affidata a Patrizia Foglia, una studiosa che i lodigiani hanno già avuto modo di conoscere e apprezzare con la mostra sulla “Iconografia sacra”, organizzata dal Centro San Cristoforo, la redazione di un apparato critico-biografico dell’acquafortista Teodoro Cotugno e la presentazione della Terza Biennale d’Arte di Lodi.
Specializzata in conservazione di opere grafiche all’Università di Firenze, Patrizia Foglia, è stata in forza alla Civica Raccolta “Achille Bertarelli” di Milano e dirige attualmente al Museo del Risorgimento, dove è responsabile della Collezione Disegni e Stampe delle Civiche Raccolte Storiche di Milano.
Una settantina gli autori presentati con cui punta essenzialmente a far conoscere ai visitatori le procedure dell’incisione e le caratteristiche grafiche. Non solo, ma a  porsi in qualche modo in relazione con autori che hanno affrontato nei secoli i gradi più impegnativi di questa espressione artistica e a far riconoscere l’importanza della stampa d’arte intesa come strumento di circolazione delle idee, dei livelli estetici e di altre finalità.
Il criterio seguito, che tende a distinguere  di quest’arte profondamente legata al mestiere artigiano tra incisione d’invenzione, incisione di riproduzione e di traduzione, segna un significativo salto di qualità sul piano della resa espositiva.  Ne discende, pare ovvio, che la cronologia rigorosamente rispettata non può onorare tutti i grandi nomi della storia della stampa d’arte. Il “vuoto” (è solo un modo di dire) si coglie soprattutto in seguito alle grandi mostre di una decina d’anni fa dedicate alla storia dell’incisione italiana, curate da Stefano Pronti e Paolo Bellini e tenute a Palazzo Farnese di Piacenza, a Reggio Emilia e al Castello Sforzesco di Milano (1993) e quelle della Raccolta Bertarelli sull’incisione in Italia nel XX secolo allo Spazio Baj di Palazzo Dugnani (1993) alle quali ha lavorato  la stessa Patrizia Foglia.
Per l’ ambizione “didattica” che la diversifica sul piano espositivo, la mostra lodigiana non poteva inseguire una logica di esaustività catalogativa. Essa punta infatti a fornire il disegno della evoluzione delle prerogative originali e tecniche dell’incisione. L’opzione iconografica –  obbligata! – è chiamata a documentare le “tecniche” facendo leva sulle tracce lasciate dagli artisti e non, non a offrire una  catalogazione di  coloro che si sono dedicati alle tecniche calcografica e altre. La scelta operata non è riduttiva o casuale,  si spiega semplicemente con l’orientamento culturale adottato.
In mostra il Cinquecento è rappresentato da una personalità rilevante quale il Dürer. Sua è L’annunciazione, una xilografia di grande effetto prospettico e, proveniente da Bagnocavallo, dal bulino sulla Natività in cui si riflettono richiami di cultura nordica e dal San Gerolamo nello studio, un esemplare ricco di simboli e di effetti chiaroscurali straordinari in una rigorosa composizione architettonica. L’incisione quale mezzo di divulgazione, in sezione è invece rappresentata da Marcantonio Raimondi, Nicolò Boldini, Giorgio Ghisi, Frans Huys, Corneliis Cort, mentre dell’emiliano Agostino Carracci si possono vedere due stampe, una decorativa (Il ventaglio di Diana”), l’altra di soggetto più mitologico o religioso. Il Seicento fu il secolo di Rembrandt, del quale è presentata La sepoltura, un’opera eseguita con libertà disegnativa, in cui i tratti di punta veloci procurano effetti di eccezionale suggestione. Tra i protagonisti della stagione sono anche  Giovanni Benedetto Castiglione detto il Grechetto, autore di due piccole acqueforti (Piccoli studi di teste acconciate all’orientale) in cu il segno gioca con l’eclettismo barocco. Secolo di passaggio, del Settecento si ammirano in mostra il gusto scenografico del Piranesi (Le carceri) e l’opera puntale, a tratteggio fine del veneziano Michele Marieschi (Cortile interno del Palazzo Ducale) e l’abilità del “traduttore” fiorentino Francesco Bertolozzi. Ricca nell’Ottocento la testimonianza degli incisori di riproduzione, di formazione accademica prima dell’avvento dell’incisione originale: il monzese Longhi, il napoletano Morghen, il parmense Paolo Toschi, il riminese Francesco Rosaspina ikl Reggino Berselli, Ambrogio Barioli, ecc. Si salvano, in chiave di originalità Antonio Fontanesi, abilissimo nel dare al disegno litografico sfumature e cromatismi pittorici (Ranocchi, Fontane de Beauregard), Giuseppe De Nittis, rappresentato con due acqueforti ritoccate a puntasecca di impostazione impressionista, ma convincono anche la scena paesaggistica eseguita da Daubigny, il Tatone, di Francesco Paolo Michelli, che è quasi uno scatto fotografico, lo scapigliato Luigi Conconi, cultore dell’incisione come linguaggio autonomo, e naturalmente il Goya, rappresentato con due immagini, una delle quali grottesca, che deridono le miserie umane, il Delacroix autore della vernice molle Leonessa che lacera il petto a un arabo). Debole il Novecento, ma solo per ragioni di programmazione. Una mostra storica vi sarà infatti dedicata interamente. La forza delle idee e della dignità è rappresentata bene dalla grande  Kate Kollwitz, ma si segnalano anche le silografie a due legni  (L’urlo di Achille, Nudo femminile) di Adolfo De Carolis, il colonizzatore senza scrupoli e ottuso raffigurato con intervento a brunitoio da George Rouault. Senza dimenticare Morandi, Bartolini,, Bianchi Barriviera, Wildt.
La dignità della mostra va colta nell’alto livello espositivo  e nella funzione pedagogica. Nella sua forza di affermare come il mezzo espressivo dell’incisione consente di addentrarsi nella cultura di altri tempi ed epoche, quando il disegno costituiva il momento genetico della pittura, scultura, architettura e l’incisione di invenzione diffondeva la forma ideata. Oggi, che è raro l’uso compositivo e interpretativo della mano, e non solo i giovani fanno ricorso alla macchina fotografica e all’onnipotente informatica (col risultato di banalizzare la produzione), a torto si dimenticano le ragioni che danno importanza all’incisione calcografica, “L’immagine per inciso” ne richiama l’esigenza. Aiuta a far cogliere tante distinzioni, ma a riflettere anche su quel che resta oggi dell’ “altra grafica” – quella appunto chiamata incisione – sulle sue costanti di energia culturale, concettuale e muscolare che convertono valori grafici e quindi l’immagine.

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