VANNI SCHEIWILLER, NON SOLO EDITORE


Ricordo di un editore di poesia a due anni e mezzo dalla morte 

Vanni Scheiwiller nel suo studio

Non so, non riesco a immaginare quanti  possono avere in casa quei volumetti di piccolo formato dal singolare marchio All’Insegna del Pesce d’Oro, ma tra i lettori di poesia il nome di Scheiwiller non è certamente sconosciuto perché Vanni è stato l’unico vero editore di poesia. in più aveva una caratteristica, la predilezione assoluta per la grafica con cui impreziosiva i suoi curatissimi quadernetti, tutti con numerazione.
L’ho conosciuto personalmente negli anni Settanta. Mi era comparso davanti in ufficio, in via San Vittore al Teatro a Milano. Non riusciva venire a capo di un problema burocratico che riguardava la sua attività. Allora, lui non solo stampava, ma andava in giro dai librai con pesanti borse a offrire la sua produzione in miniatura. Io ero un semplice lettore curioso, che nel cassetto della scrivania, con i libri acquistati sulle bancherelle dei pontremolesi Tarantola, tenevo la prima edizione di “Questa mia Bassa (e altre terre)” di Cesare Angelini.
Spinto da un sentimento strano, probabilmente orgoglio, gli mostrai il volumetto n. 50. Ricordo la sua corpertina verdognola, un colore che si sente addosso alla pelle di certi nostri paesi. Gli dissi che possedevo in buon numero i suoi “acquari”: Quasimodo, Montale, Sereni, Borlenghi, Bontempelli, Siciliani, Pozzi. Fu parecchio sorpreso e me lo disse con tono quasi sospettoso: ”I miei libri non si trovano nelle librerie, non li recensiscono i giornali e me li trovo da un impiegato pubblico…”. Poi, saputo che ero di Lodi, mi confidò che ai tempi del liceo aveva filato con una ragazza di qui e che per starle vicino si faceva invitare al Tennis club di viale Rimembranze.
Suo padre Giovanni, di origine svizzera, era stato (o era) un pezzo grosso della Hoepli di Milano, amico di Giovanni Hausmann. Ignoro se a legarli fosse la buona musica o qualche interesse comune per la scienza.
Dopo qualche giorno mi vidi recapitare un pacchetto. Conteneva le “Poesie” di Ezra Pound e un invito ad andarlo a trovare nel suo ufficio di corso di Porta Romana. Ci sono stato un paio di volte, accolto come un amico di vecchia data, quantunque i suoi impegni gli lasciassero solo briciole di tempo. O fose neppure quelle. Da lui c’era sempre qualcuno d’importante o che lo sarebbe diventato.
Sono stato presentato a Giovanni Giudici e a Gilberto Altichieri, critico d’arte e scrittore veronese. Non sapevo neppure chi fossero. Altichieri, un settantenne,  saputo di certe mie “manie”, mi testimoniò subito la sua acuta afflizione per il decadimento delle arti figurative.
In entrambe le visite ho goduto di attenzioni e in tutte e due le occasioni ho rimediato autori dimenticati dal mondo (Camillo Sbarbaro e Clemente Rebora) che Scheiwiller aveva recuperato.
Vanni Scheiwiller è morto poco più di due anni fa. Appena in tempo per partecipare alla mostra della moglie Alina Kalzezynska, non per celebrare le nozze d’oro con la sua piccola casa editrice.
E’ stato un editore umile, raffinato e puntiglioso. Senza< esagerare, un artista.  Aveva fatto dell’editoria artigiana una pazzia. L’ha lasciata come monito contro l’approssimazione, la faciloneria e l’incompetenza: tremila, forse più, volumetti fatti con amore e gran fiuto, gusto e cultura, che sono un catalogo della  storia artistica e letteraria dagli anni cinquanta a questo  inizio di secolo.

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