MARCELLO MALOBERTI /performer


 Un’arte sottratta
alla moda-che-passa-di-moda…

Del codognese (di nascita) Marcello Maloberti, occasioni per parlarne ce ne sarebbero. Video art, performance, installazioni, sculture, fotografie, insegnamento si susseguono a ritmo incalzante.

Marcello Maloberti

E’ un performer straordinario. Di quelli consegnati alle spire un collante vischioso, quello della nostra società. Di quelli che sanno mettere e tenere insieme molte cose: dai suoni agli oggetti, alle immagini, alla pubblicità, al corpo umano, allo sguardo. Tutto quanto serve insomma a differenziare o ad assottigliare le differenze, il lato ironico da quello drammatico a quello esistenziale, l’aspetto complesso da quello semplice e viceversa.
Ciò che viene fuori dalle sue esibizioni o performance è l’indifferenza dei linguaggi. La loro equivalenza, lo sfiorire dell’estetico, del teorico. E già questo non è poco. Il suo è un comportamento che macina sempre “controcorrente”, anche quando può sembrare pacato o sereno. All’occasione sa trasfigurarsi in un’arte di piazza o di periferia urbana.
Nelle sue uscite Maloberti si propone sempre di forzare qualche barriera. Procurare  qualche fastidio alla falsa coscienza della società, degli artisti inseriti, degli intellettuali, dei critici, dei politici, dei medici.
Quarantacinque anni passati. E’ nato a Codogno nel 1966. Ha vissuto qualche tempo a Casale  Si è laureato a Brera. Lodigiano finito a vivere e a lavorare a Milano, dove è passa per essere tra le voci di maggior interesse del dibattito artistico contemporaneo. Che, in quanto dibattito, sarà  quel che è, cioè poco, ma in quanto a sorprese ne riserva, anche per merito di questo artista intelligente tuffatosi in un gran crescendo di pubblica esibizione, nel magma rutilare di tic e di trash e ammiccamenti costituito dall’arte contemporanea milanese,  dove la parola mercato ha il posto di tutte le altre.
Lui però è un sottile e perseverante: più che “sogni” da bere, esala e regala rapsodie parodistiche. Ha una grande ironia che a volte è socratica, a volte romantica e a volte è “auto”. Butta lì senza sosta sorprese, scoperte e riscoperte, rivendicazioni, collegamenti, smascheramenti del reale. Persino lacerazioni di lessico, ossessioni, caos. Sempre e comunque in relazione con aspetti e cadenze del presente. Come ha dimostrato in una performance realizzate alcuni anni fa all’Atelier dell’ Ospedale psichiatrico di San Colombano, dove ha riempito ogni spazio di oggetti, suoni e immagini. Dove il caos restituiva ai presenti “il gettito inarrestabile di una creatività, a tratti cumulativa, ripetitiva e ossessiva”.
Laureato a Brera, nel lodigiano sanno poco o niente di lui. Tranne, forse, poche cose scritte sul quotidiano locale per segnalarlo come una delle voci di maggior interesse del dibattito artistico contemporaneo.
La sua  è una “cartografia artistica” giocoforza instabile. Sottratta alla moda-che-passa-di-moda dell’arte tradizionale e della protervia tecnica. Che si qualifica in modo decisamente “altro”, discontinuo, disarmonico, dissonante, inconciliabilmente opposto. Maloberti si fai baffo di tante cose, di tanti principi per  provocare libere reazioni, bandire devianza, abbracciare l’assurdo e insieme interrogarsi, promuoversi, esibirsi. Nelle sue performance mette in relazione aspetti che di volta in volta affrontato grandi temi, l’io, il sé, gli altri, la società, la storia, la natura, la cultura, le diversità, il pubblico, il privato eccetera. Non è davvero poco.

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