UGO MAFFI, SESSANT’ANNI DI PITTURA


L’EMOZIONE INQUIETA

Ugo Maffi

Sono quasi sessant’anni che Ugo Maffi intinge i pennelli nel colore. Ha iniziato dopo le scuole dell’obbligo, nella seconda metà degli anni Cinquanta. Tutta insieme la sua produzione artistica offre uno scenario di luci e di riflessi in chiave prevalentemente naturalistica e intimista, di grande eccitazione emotiva. Ma questa semplice esigenza giornalistica di sintesi rischia di far correre via l’ampio arco di esperienze della prima fase, quella in cui l’artista ha espresso il proprio impegno militante e messo a fuoco nel quadro storico politico dell’Italia post-bellica e della rinascita, sentimenti altrettanto genuini e autentici. Un intero periodo di avviamento che ha canalizzato le linee essenziali della sua poetica su quelle delle avanguardie figurative popolari, dove compaiono tratti tipici di neorealismo e a preponderare è una sorta di riflessione pavesiana, l’importanza attribuita alla memoria, appuntata sul valore del passato e l’importanza dei ricordi. Ma anche uno stile di richiamo caldwelliano, l’ affettuosità verso un mondo di valori legati alla terra.
Premio Orzinuovi (1957), Premio del Disegno a Lodi (1958), Premio Eidac a Milano (1962), Premio Suzzara (1963)… Da giovane Maffi ha lungamente dipinto per entrare in una lotta che lo facesse utile agli uomini e aiutasse a comprendere le forze che, nella realtà di quegli anni, conflittevano anche sul piano stoico ed etico-politico. Più in là, quasi per l’ effetto di una catarsi, sposterà lo sguardo, sostituendo a quella narrazione la rappresentazione drammatica di un mondo di animali, di lapidi e cimiteri, di mummie e imbalsamazioni, alludendo al rischio di un’autodistruzione verso cui sembrava avviarsi inconsapevolmente l’umanità. Per poi conoscere una nuova stagione, attraverso una nuova visione e una materia più liquida, fluente ed evocativa e   “approdare” alla fine a una pittura di  aggettivazione fervorosa.
Dall’ iniziale realismo post-impressionista – deformato e senza apporto disegnativo -, agli ultimi sussulti narrativi di derivazione lirica, la pittura di Maffi è stata un vero laboratorio di estrema animazione; ha conosciuto quel che Nicola Micheli aveva intuito come una “discesa panteistica di partecipazione sensibile”; ha attraversato esperienze segniche, gestuali e materiche di straordinaria fertilità assumendo di volta in volta tracce di espressionismo simbolista, compenetrando livelli diversi del reale, congiunzioni letterarie, fughe esistenziali, trasparenze misteriose e a volte inquietanti.
E’ importante comprendere come la sua pittura sia andata strutturandosi, sapere quali convinzioni e mediazioni l’hanno sostenuta. La conoscenza del suo percorso e delle sue interrelazioni verosimilmente non spalancherà le porte alla meraviglia, ma quasi certamente e direttamente quelle della pittura. Non potrà più sfuggire il ruolo avuto da questo artista nel percorso della pittura lodigiana della seconda parte del secolo scorso: quello di punto di rottura formale e culturale rispetto a una pratica pittorica allenata alla “ripetizione di modelli stancamente uguali” (Gipponi).
Anche se è vero che nella libertà delle scelte di Maffi sembrano a volte incastrarsi  vantaggiose repliche, non si può non dar credito dopo sessant’anni di pittura a quel che Enzo Carli vi lesse una quarantina d’anni fa: il rifluire di richiami romantici che furono del poeta tedesco Novalis. Allora, probabilmente un’arditezza. Non per chi  chi conosce il pensiero di Carli e sa bene a quali requisiti egli ponesse mente. “L’esperienza mi ha insegnato che nella buona pittura c’è sempre un forte impulso romantico che scaturisce dalla libertà interiore e dalla forza creatrice che l’artista possiede”. E’ su questo terreno ch’egli ha avuto attenzione per la pittura del lodigiano.
La fase recente di essa rende comprensibilmente distanti i mobili e variegati paesaggi di stampo locale degli esordi, realizzati sul doppio registro di una pittura pregna e della poesia: oscillanti tra cèzannismo, richiami a Sironi e relazioni a Barilli. Logicamente lontana è anche dai successivi cicli iconici: quelli dei gelsi, dei contadini, dei cani, dei cimiteri, delle mummie, delle lapidi, dei notturni, dei canneti. Furono a loro volta superati, dopo decenni di impulsiva gestualità, da una pittura-scrittura più scarna, segnica, paratattica, iterattiva.
Dopo il ciclo delle “Variazioni delle notti” (1989, alla ex-chiesa dell’Angelo a Lodi e 1990 a Pontedera e Lussemburgo), Maffi si attestò su nuovi temi e cicli. Ha cercato soluzioni intimiste, talvolta addirittura crepuscolari, sempre però nel costante richiamo agli elementi della natura, alle presenze nascoste o solo allusive, all’ispirazione innocente e piagata, rendendole quasi un sussurro di versi. Ha stemperato e poi perso la simbiosi con i colori-materia per cercare un respiro espressivo meno indiziabile. Ha reso la granulosa la pittura e adottato la sabbia come colore, quasi a non voler far trapelare più i tempi e i luoghi della terra, ma quelli della precarietà lirica, dei sentimenti “vesperali” (i “viaggi”, i “notturni”, gli “inverni”, gli “approdi”, le “nuvole”, le “ombre”…).
Maffi non è solo un bravo pittore. Per intenderci: bravi artisti furono anche Monico, Maiocchi, Bonelli, Vigorelli, ma per qualità e natura diverse. A differenza degli altri esponenti locali della sua generazione (Vanelli, Volpi, B. Vailetti, Marzagalli, Brusoni), egli si è sintonizzato da prima su una linea di avanguardia e di visione politica, lasciandola poi per dare figura a una pittura più di intimità psicologica, con cui ha declinato la lunga pagina della sua pittura sul versante naturalistico, in un lievitare di luci e di ombre e con soggetto principale l’ Adda.
Dall’esame dei diversi passaggi pittorici si connota una organicità di linea e d’immaginario, anche là dove sono intervenute ritematizzazioni o sono state introdotte variabili tecniche, materiche o figurali.
Fondamentalmente, un pittore di chiave naturalista e intimista, dunque. Ma non un provinciale del naturalismo. Inizialmente giudicato un pittore di “lingua facile”, in realtà Maffi ha saputo fare prendere corpo a un articolato disegno narrativo legato alla terra, alla condizione umana, all’esistere, dove il viaggio interiore delle esistenze prima gettato in un mondo enigmatico e ostile trova alla fine coincidenza e identificazione nelle variabili del paesaggio abduano.

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