PINO SECCHI/ mostra personale


UNA FOTOGRAFIA CHE PRIVILEGIA PROGETTI DI SCOPERTA 

Pino Secchi: “Barche a vela”

La mostra fotografia con la quale Pino Secchi  ha inaugurato a Lodi la galleria “L’Antro” in via Luigi Cingia non è, dal punto di vista delle tecniche e delle procedure, nuova. Localmente da comunque l’afflato all’esigenza di rinvigorimento dell’idea di una fotografia “diversa”, che tiene conto in senso evoluto dei nuovi strumenti professionali a disposizione e con la fotografia digitale di massa. Manifestamente non è solo questo. Il suo è un linguaggio. Già questo segna un confine. E’ fatto di combinazioni e separazioni, a volte anche sconnessioni. Una espressione. Anche se quella del  comporre e dello scomporre la realtà non è una prerogativa nuova né in fotografia né in arte. In fotografia s’è iniziato a praticarla all’ inizio secolo scorso, in arte è stata caratteristica del cubismo, ma le sue radici c’erano già in Arcimboldo.
In ogni caso, Secchi non va alla ricerca di primati. Compone e scompone, più esattamente smonta immette o include, senza inseguire operazioni di rottura. Non sfascia, per intenderci. Anzi, la sua è una operazione di intelligenza compositiva che non ha niente a che vedere con i numeri, le forze, i vettori si lascia guidare da esigenze estetiche, formali, strutturali, simboliche. Artistiche, appunto.
Secchi crea spazi in tessuti regolari esistenti, dai caratteri definiti, segnati da sequenze e da strutture urbane, edilizie, paesaggistiche, architettoniche. Attraverso l’inserimento di nuove figurazioni definisce l’appartenenza a uno luogo diverso. Favorisce in tal modo una nuova immagine e interpretazione del contesto, a volte un nuovo e diverso carattere architettonico. La sua è una fotografia che gli esperti chiamano “grafica”. Stampata su tela nasce dalla modalità con cui è “rieditato” attraverso il computer il già fatto, dando attualità a un insieme che particolarizza in questo caso l’elemento locale (la scalinata di S.Filippo, gli archi di Piazza della Vittoria, la cupola dell’Incoronata, le facciate della piazza Maggiore,  il protiro e il rosone del Duomo, il Barbarossa di Vanelli a Porta Milano, ecc.) all’interno di un’architettura,  di un ambientazione, di blocchi o di spazi esistenti. Non rimanda a ripensamenti teorici ma a una articolazione compositiva differente, che consente un riferimento ad altri temi. Quello di Secchi è’ un modo di fare fuori dal gregge. Non nuovo, lo abbiamo detto, che ha il merito di riproporre stimoli e idee rivolte a utilizzare la fotografia e i suoi strumenti in senso creativo, a sperimentare tipologie formali in cui spazio e immagine possono ritrovano (se si è artisti), un’altra ragion d’essere. L’intelligenza creativa è premiata appunto in una serie di abilissimi fotomontaggi modernamente concepiti, in cui elaborazione, tecnica tenacia e sensibilità s’incrociano.
Negli schemi del fotografo non c’è caos o disordine o deformazione. C’è un modo di vedere, non l’atto di scattare. C’è una forma suprema di viaggio, direbbe l’americana Susan Sontang che con intelligenza vivace ha in dagato i linguaggi e il ruolo della fotografia. Tutto in Secchi rispetta gli elementi strutturali. I nuovi spazi, ambienti, paesaggi, situazioni sono montati attraverso un esercizio compositivo che ne affronta la nuova organizzazione con razionalità, gusto e  poesia. Per certi aspetti, il fotografo  si rifà a un Aldo Tagliaferri pioniere della fotografia concettuale, della identificazione e della memoria senza rinunciare alla fantasia di un Elio Mariani che al Gelso fece conoscere la tela fotografica allora in uso nella Mec-Art. Due geniali artisti fotografi che lo hanno sicuramente (con altri), suggestionato e influenzato.
In questa mostra è come se inventasse e ridisegnasse una nuova città, dove la memoria ricorda e rispetta, ma le forme trattate proiettano verso nuove emozioni. Anche per ciò la sua fotografia riesce intrigante, impone approfondimento. In essa egli praticamente racconta come una struttura o una figurazione o un paesaggio “desunto” da un diverso contesto, per mezzo un esercizio di prospetti organizzati può arrivare a tradurre caratteri e suggestioni nuove.“Voli d’infanzia”, “Verso l’infinito e oltre”, “Natura viva”, “Concetti scuri”, “Omaggio a Morellet” ecc., ne danno dimostrazione.
La mostra di Pino Secchi è dedicata al gallerista lodigiano Giovanni Bellinzoni, del quale ricorre quest’anno il ventennale della morte. Fu il primo a Lodi ad avere colto che la fotografia non era solo una espressione d’arte ma uno strumento capace di modificare certi caratteri della pittura, della grafica e della stessa architettura e, nella complessità della ricerca di tenere insieme una visione non meramente meccanica ma solidamente estetica. Allora al Gelso, con Sidoli, Ecobi, Costa, Farfuglia, Mauri c’era Secchi a rappresentare le nuove generazioni. Questa mostra sarebbe molto piaciuta a Bellinzoni per la sua struttura, la sua sequenza, la sua “lezione” implicita, la sua forte carica intellettuale che ci auguriamo stimoli a rivedere nozioni e stereotipi oggi largamente diffusi sul nostro territorio nel mondo della fotografia.

L’immagine di Pino Secchi – Galleria l’Antro, via Luigi Cingia, 4 Lodi – Mostra fotografica in ricordo di Giovanni Bellinzoni – Dal m martedì alla domenica, dalle 17,00 alle 19 – Fino a data da definire.

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