GUIDO CONTI /Narrativa italiana


Il grande fiume Po

L’ultima fatica di Conti

Il grande fiume Po, ultima fatica dello scrittore parmense Guido Conti (Mondadori, agosto 2012, p.430, € 21) è un romanzo “particolare”, raccontato tra argini e biblioteche da campagne e città. Si può leggere “anche saltando da un capitolo all’altro”, suggerisce l’Autore; metodo che peraltro Amedeo Anelli sconsiglia assolutamente perché sarebbe come perdere le gemme incastonate nel “corso del fiume”.
La narrazione di Conti è costruita su tante cose: aneddoti, leggende popolari, racconti scritti da altri, memorie singole e collettive. Credenze e devozioni. Ai suoi crocevia non c’è la nostalgia del personaggio e del soggetto ma il divorzio,  il ritorno a uno spazio narrativo più ampio, dove la dinamica proiettiva dell’immaginario è data da una matrice eclettica e polimorfa, dal carattere antologico del libro e dal lievito introdotto autonomamente da ogni pezzo. Mette d’accordo con Guido Ceronetti quando scrive del Po “figura di carne viva, Verbo sofferente”; di sicuro non con la sua ferocia ma per come egli riunisce e ricuce le diversioni e le divagazioni sparse per pagine.
Raccontare il Po vuole dire, secondo Conti, anche questo: fare i conti con tante cose indipendenti, che rappresentano nel bene e nel male il suo e l’altrui “cambiamento”, anche antropologico, storico, culturale e sociale.
Il grande fiume Po è un lungo racconto di viaggio, una sorta di breviario o sommario che dà subito l’dea di un raccontare sprofondato nella storia alla ricerca di cose raccontate lungo il fiume. Il Po preso come “direttrice di culture” e bagaglio di conoscenze. Qualcosa di simile fecero Guido Piovene con Viaggio in Italia, Ugo Gregoretti con Romanzo popolare italiano, Mario Soldati con Viaggio lungo la valle del Po alla ricerca dei cibi genuini, Claudio Magris con Danubio (ampliando lo sguardo da Trieste alla Mitteleuropea), eppoi Cesare Zavattini, Giovannino Guareschi, Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni. Conti fa una rappresentazione straordinaria e pignolesca, di luoghi, fatti, leggende, ricostruzioni di avvenimenti, personaggi (di quel che Giovannino Guareschi chiamava il “Mondo Piccolo”), che hanno fatto la storia di questo grigio e imprevedibile fiume.
Dopo Pavia e verso Piacenza, nel suo vagare lungo il Po, l’autore arricchisce il proprio viaggio con una breve tappa nella nostra Bassa, alla quale riserva una quindicina di pagine delle oltre 400 del libro (pp. 126-140) offrendo ai “magotti” una narrazione non retorica o letteraria e l’occasione per un confronto con altre terre.
La leggenda del lago Gerundo e del drago Tarantasio riportata nel libro a Conti l’ha raccontata Francesco Cattaneo, “archvista atipico”, guidandolo “nella fortezza di carte” dell’Archivio Storico di Lodi, prima di prendere entrambi la via Emilia verso Casalpusterlengo e Codogno e da qui, attraverso San Fiorano, arrivare a Mezzano di Sopra e alla Mortizza dove la gente del luogo ha voluto una cappelletta che ricorda i giovani ispanici e ungheresi falcidiati nel ‘700 dalla peste;  i “Morti della Porchera” a cui si ispirano molte storie di eventi e di devozione. Altre storie passate raccontate nel libro sono quelle di Cacin e di Tarzan e la tragedia di Noceto, un borgo che stava tra San Rocco e Caselle Landi e che fu spazzato via dalla furia del Po.
A Codogno il compito di “guida” è stato assunto da Amedeo Anelli. Conti gli dà lode come in una benemerenza pubblica: “E’ una di quelle personalità che fanno un lavoro di resistenza attraverso la cultura, gli studi dedicati, la divulgazione e l’insegnamento. Un lavoro per molti aspetti oscuro, solitario, svolto tra mille difficoltà, ma sempre di grandissima qualità e ricco di idee”. Con lui prende il largo una narrazione che mette al centro temi di letteratura, il romanzo “come idea del mondo”. Roberto Rebora e Giuseppe Novello sono esempi citati, ma alla fine c’è anche spunto per una dedica alla Madonna della Fontana (sulla strada per Camairago), la cui fonte miracolosa è stata benedetta da Carlo Borromeo. Il Po insomma è un fiume davvero straordinario, in cui racconti e miracoli sono come sedimentati nel suo alveo. Lo scrivere dell’autore sembra mosso da una spinta conoscitiva, mitica, storica, narrativa, stregonesca, poetica. Nel rito consacra l’arte della memoria e promuove un ritorno alla letteratura della conoscenza, dove i motivi più diversi ritrovandosi e  re-intrecciandosi acquistano dignità di popolo. Il  viaggio è reale ma insieme immaginario, dove le storie minime tornano sempre a splendere.

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