GIOVANNI CESARI, INTELLETTUALE ANTE LITTERAM


Si direbbe che nella memoria dei lodigiani alcuni personaggi o uomini comuni di talento, per imprecisate ragioni siano destinati a non entrarci. Una volta chiamati dalla Provvidenza cadono ipso facto in dimenticanza.
Che la memoria non sia una esternazione infinita, lo si sa. Si sa anche che serbare memoria è cosa importante, perché la catena della memoria è la trama che consente all’uomo identità e ideazione. Una città che dimentica troppo in fretta, distrugge qualcosa del suo patrimonio, della sua identità. A Lodi chi ricorda la figura di Giovanni Cesari ? Come la morte lo ha chiamato, di lui non è rimasta traccia. Non perché la memoria avrebbe richiesto di superare apatia, pigrizia, desolaciòn, che sono i difetti di noi lodigiani nell’esercizio del “mestiere di vivere” quotidiano, ma quasi il Cesari non avesse titoli per essere ricordato, Eppure fu uomo di cultura e di sapere, un “mangiapreti”, rigorosamente laico, ateo, marxista. Anche se una volta lo sentimmo citare un versetto  di Qohlet “Molta sapienza e molto affanno” e condurre una analisi semantica della parola ebraica che in italiano è tradotta indifferentemente con “sapienza” e “sapere”. Non fu sicuramente un personaggio facile. Dire scorbutico, nel senso di stravagante e irascibile, forse è poco. Un ipercritico aggressivo? Di sicuro non apprezzava quegli uomini che indugiavano nella banalità, imbottititi di luoghi comuni, risentiti contro tutto ciò che minaccia l’onorabilità della loro pigrizia mentale. Lo abbiamo conosciuto come uomo di lettere ed esperto di teatro negli anni Cinquanta frequentando la libreria di via Cavour, allora delle sorelle Sommaruga. Davanti a una pila di libri esprimeva furore, non ricordiamo bene per cosa o verso chi, a due suoi amici, due noti antifascisti. In città lo inseguivano strani veleni e l’insofferenza di parecchia gente, spesso provocata dalle sue dispute verbali sulla politica, la religione, i conflitti sociali, il potere eccetera, in cui mostrava tutta la sua “passionalità teatrale”. Sicuramente diverso quando parlava di cultura e di arte; il tono allora trovava equilibrio, diventava lento e professorale, l’esposizione minuziosa, ricca di particolari, quasi senza durata. E  niente saccenterie. Nella conversazione bisognava solo stare attenti a non scivolare sul terreno del riconoscimento e delle attribuzioni estetiche, perché il rischio di risvegliare il suo gusto di critico poteva accendere qualche disputa. Il gusto del critico – amava sostenere – non è un “mi piace” gratuito, è il punto d’arrivo di una cultura.
Cesari viveva con la madre e la sorella. Era nato a Castiglione d’Adda nel 1903 da Laura Squadroni e Antonio Cesari. Suo padre si era trasferito a Lodi nel primo dopoguerra, dove in via Incoronata aveva aperto una salumeria. Da giovanissimo Giovanni aveva manifestato un solo vero interesse, quello per la letteratura, il teatro e la poesia. Trovò lavoro all’Einaudi e alla Mondadori e svolse diversi incarichi di consulente per la Bmm e altre edizioni minori. Fu supplente al Collegio Cazzulani. Era conosciuto per essere un lettore appassionato e insaziabile e selezionatore. Non ha lasciato dietro sé una eredità di affetti. Tranne, forse, qualcuno in quella che una volta si usava chiamare la società letteraria. Abitava in pieno centro, dirimpetto alla chiesa dell’Incoronata. Del Tempio conosceva tutto: la storia, le opere, i decori, i “vandalici restauratori”, persino le caratteristiche delle canne dell’organo a mano, i nomi dei pittori che avevano rappresentato i benefattori dei quadri posti in una galleria che dalla sagrestia portava al prezioso coro ligneo dietro l’altare, il tesoro. Con don Spelta, rettore di allora, anche lui uomo di ampia cultura, impostava spesso in costruttiva dialettica temi letterari e culturali. Girava solitario la città, sempre in compagnia di libri e giornali. Era un pozzo di conoscenze e di amicizie (il filologo cremonese D’Arco Silvio Avalle, l’insigne studioso del Boccaccio, Vittore Branca, l’attore Cesco Baseggio, il critico Gianfranco Contini), e, tra tante, di Giuseppe Ortolani, curatore della biblioteca dei “Classici italiani” che gli procurò non pochi incarichi alla Mondadori.
Il teatro era la sua vera passione. Di Goldoni conosceva tutto, ripeteva a memoria dialoghi interi dalle sue commedie. Aveva scritto un saggio, apparso poi in apertura a una importante edizione mondadoriana. Allora le storie della letteratura e i manuali scolastici davano del veneziano una lettura sbrigativamente verista o realista. Quasi un luogo comune e convenzionale parlare di lui come di un “creatore di caratteri”. Cesari ribaltò tutto: “In Goldoni – argomentò – il vero a volte c’è e a volte non c’è. E anche quando c’è è limitato o condizionato in vario senso; anche dove c’è non ha mai il peso, l’importanza, la serietà, la significazione che riveste in quegli scrittori cui si dà nome di veristi o realisti”. Già questo brano dovrebbe dirci molto. E, quest’altro, chiarirci meglio ancora,le sue qualità di analista, di critico: “I pedanti, gli accademici, i conservatori del suo tempo lo trovarono plebeo, volgare, triviale; gli fecero anche colpa – al solito – di aver abbandonato le sacre aristoteliche unità di tempo, di luogo e d’azione. Come sempre avviene, quando un’arte o un gusto danno nel convenzionale, nell’abusato, nel falso, Goldoni aveva rinnovato modi, forme, espressioni, riprendendo i contatti con la verità; e come sempre aveva urtato contro le tradizioni, le antiche glorie e le sante memorie. La portata storica o il significato storico della riforma goldoniana è tutto qui. E non è poco, ma non è tanto quanto si crede”. Faceva colpa perciò al D’Amico (autore di una celebre Storia del teatro italiano edita da Garzanti), ma anche al Flora e al Sapegno di “essersi accorti tardi” che la qualità principale del Goldoni era “la teatralità”. Cesari conosceva e commentava ovviamente non solo il Goldoni ma Macchiavelli, Bruno, Shakespeare, Schiller, Goethe, Kleist, Strindberg. Talvolta lasciava stranamente trapelare una nascosta nostalgia per il grande teatro dei tempi andati, quando gli allestimenti erano eleganti, spesso creati da pittori e architetti anch’essi grandi. Con lui abbiamo seguito al Teatro Gaffurio una delle ultime rappresentazioni del grande Cesco Baseggio, suo amico: Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo, un dialogo drammatico in lingua rustica. Aveva una conversazione lenta, brillante, sempre colorita in cui rivelava non solo conoscenza e cultura, ma aggiornamento. Parlando di teatro saltava da un autore all’altro, andava dal “retorico” D’Annunzio alla Duse “dalle belle mani”, alla “finezza emotiva” di Ibsen autore di “Casa di bambola” e “Spettri” che consigliava a tutti di leggere. Consigliò e incoraggiò Piero De Luca a mettere in piedi a Lodi il primo “Teatro dei giovani”. “Una scelta eroica”, gli riconobbe, ma fu poi implacabile nel giudicare gli autori rappresentati. In una accurata prefazione delle Poesie di Alessandro Manzoni per la Mondadori non perse occasione di dargli del “mendicante di versi” e di annotare una sua lirica per i “versi brutti”. Chissà se Guido Oldani, che allora andava a doposcuola da lui avrà qualche altro stuzzicante ricordo del suo rapporto pungente con gli scrittori cattolici (Bernanos, Claudel, Manzoni, Malàgue…)? Ben altro taglio le annotazioni riservate a Dante, Boccaccio, Dickens, Cècov, Proust, Sartre spesso citati, magari anche per qualche loro difettuccio o smania. Su tanti autori contemporanei era invece sbrigativo, diremmo “ceronettiano” : “Perché tanta gente scrive? Perché non ha sufficiente carattere per non scrivere?”.

 

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One thought on “GIOVANNI CESARI, INTELLETTUALE ANTE LITTERAM

  1. Giovanni Pisti ha detto:

    Giovanni Cesari Intellettuale Ante Litteram

    Ho letto solo oggi 15 Marzo 2019 il bel commento su Giovanni Cesari.
    La figura illustrata di Giovanni Cesari (1903 -1977) è completa ma per il Suo talento e competenza, posso integrarla con le mie esperienze. Ho vissuto a Lodi fino al 1964.
    Il Professore Cesari è stato il mio insegnante di letteratura italiana della primavera 1950.
    Iniziò’ le lezioni con La Divina Commedia il Suo commento è indimenticabile, solo il primo canto, ricordo durò almeno due ore, rimasi positivamente impressionato. Appresi, Dante, parla di se stesso in forma romanzesca, oggi si dice “autofinzione “, Solo di recente il prof. Marco Santagata , ha affermato ,”Chi dice di leggere la Divina Commedia senza le note di commento è un millantatore , anche gli specialisti, per capire non tutto, devono servirsi dei commenti “
    Cesari , fu cultore del poeta Carlo Porta , conosceva tutta l’opera letteraria.
    Ha fatto conoscere le poesie, in serate dedicate presso le famiglie di alcuni medici lodigiani. .
    Riteneva Carlo Porta a livello di Dante Alighieri . Recitava il canto della Divina Commedia del Porta in dialetto milanese e la considerava allo stesso livello artistico di quello originale.
    Cesari era appassionato di letteratura russa, di Dostojevskij mi ha fatto scoprire romanzi come,
    Fratelli Karamazof , Delitto e Castigo, l’Idiota ,(il Suo regalo di nozze fu il romanzo I Demoni )
    Cesari è stato Insegnante di lingua francese presso la scuola pubblica di Pandino.
    Ha studiato a Roma con Orazio Costa All’accademia Nazionale Arte Drammatica.
    Eleonora Duse Le descrizioni della diva diventavano reali anche a chi non aveva mai
    visto un suo spettacolo dal vivo (mia figlia primogenita si chiama Eleonora )
    Baseggio , ricordo un bello spettacolo , con il teatro completamente vuoto.
    Cesari dava il meglio nella Musica Classica ed Operistica. Suoi familiari sono,
    Gaetano Cesari (1870 1934) musicologo e critico musicale del Corriere della sera,
    il cantante produttore musicale Elio Cesari meglio conosciuto come Tony Renis.
    Amava , i musicisti Giuseppe Verdi, Gioacchino Rossini .
    Negli anni 1950 , mi segnalò , un musicista Johannes Brahms ( allora non apprezzato
    come oggi ) , era un concerto dalla BBC da Londra diretto da Toscanini, con le sinfonie .
    (Nel 2019 R Muti ha diretto la sinfonia n °1 e n °2 in un tour in Asia . (gennaio 2019
    giorno 18 Taipei Taiwan, g. 22 Shanghai, g.25 Pechino g.31 Tokyo )
    Non amava affatto Johann Sebastian Bach . Musica poco ispirata, tanta matematica.
    Amava direttori d’orchestra , Toscanini , Muti , Cantelli.
    Negli anni 1960 aveva già’ scoperto in Riccardo Muti il genio che avrebbe continuato la
    fama del MAESTRO Toscanini.
    Non amava i direttori Tedeschi come AW Furtwàngler , uno dei massimi del XX secolo.
    Collaborò con un giornale lodigiano con lo pseudonimo di BELFAGOR .
    Cesari ,esponeva il suo sapere,( come Platone Scuola di Atene) , in strada o sul ponte l’Adda ,(Non esistevano automobili in circolazione ) ,nelle serate afose estive ,che non facevano dormire i cittadini sino alle ore piccole della notte .
    ,Altri luoghi d’incontro i portici dello Storico Bar Lodi ,piazza Duomo.
    Giovanni mi ha fatto scoprire la musica lirica ,Da sessanta anni frequento il Teatro Alla Scala.

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