GLI “INNESTI” DI BRAGHIERI, CALIA, DIMITA E DIEGOLI A NATURARTE


Alla Muzza di Cornegliano Laudense, la chiesetta dell’Oratorio dei santi Simone e Giuda ospita quattro artisti, diversi per sensibilità, ricerca ed esercizio e in comune solo l’esperienza didattica  condotta al Liceo artistico Calisto Piazza: Giorgio Braghieri, Tindaro Calia, Gregorio Dimita e Mario Diegoli. Al di là del titolo “Innesti”, che suona più come giustificazione per la loro contestualizzazioni nei percorsi di Naturarte, la mostra inquadra posizioni di tendenzialità che vanno oltre  la mera distensione contemplativa e che riflettono un esercizio artistico condotto in posizione avanzata ma senza particolari rotture del linguaggio, componendo forme nuove, in modi nuovi, per comunicare significati non ovvi.
Giorgio Brughieri si fa conoscere in particolare per il rapporto con la materia: l’uso di carbone, gesso, creta, tela, carte, sarmenti. Alla “compartecipazione” della materia, – direbbe Dino Formaggio -, egli affida spinte del gusto, arbitrii, idee che trovando sintesi in un lirico riecheggiamento di sentimenti. Le geometrizzazioni trasparenti di Braghieri dimostrando per altro una solidità fondata sulla conoscenza di analoghe esperienze e sulla competenza (o capacità) tecnica. Nel segno, nella composizione, nel collage, nel fare ricordo al carbone e ai sarmenti c’è un piano che si inserisce nella esplicazione fenomenologica e che da riempimento attraverso un processo di evidenza e di autenticità. Braghieri non è i quegli artisti che descrivono per vedere, ma che risolvono l’opera nell’atto fenomenologico del vedere. Sorprendono meno le immagini di forza realista di Tindaro Calia, artista di Segrate, fortemente legato alla figura e all’uomo in  cui proietta cultura e impegno, sensibilità e introspezione. Le sue grandi tele risultano sempre improntate da un’ampia coscienza delle relazioni, dall’iconografia e dalla sensibilità espressiva; senza che per questo escludano aspetti di sperimentazione, operazioni strettamente pragmatiche, esplorative, gestuali. In ben altra direzione le elaborazioni plastiche di Gregorio Dimita,  che confermano un assioma dell’arte del nostro tempo; e cioè  che quel che conta non è tanto quello che viene rappresentato quanto il modo in cui è rappresentato. Nei suoi lavori in terracotta colorata (composizioni geometrizzanti, a volte curvilinee o serpeggianti in cui possono anche non mancare accenni figurali) la prima impronta fornita è la disseminazione disordinata del disegno e delle forme. Nella combinazione degli aspetti fondamentali l’artista intreccia  elementi simbolici, iconici, aniconici, archetipali facendo convergere in essi elementi di figuralità ed elementi di “concrezione”: la coerenza formale, l’ordine nel disordine, il ritmo di massa integrale. L’accentuata presenza di alcune forme conferisce una conformazione astratta ai lavori, dall’altra da valenza e riferimento a strutture costruttive che richiamano ricerche post-cubiste.  A parte gli aspetti di decoratività ciò che convince è la qualità della lavorazione e delle composizioni, costruite su complessi e dinamici ritmi che liberano il volume dal peso ma ne conservano la pienezza, rendendo chiaramente leggibile la struttura.
Interessanti, infine, le opere di Mario Diegoli, allievo di Alik Cavaliere a Brera, artista ormai di lungo corso  (si fece notare negli anni Settanta con l’intallazione “Funerale all’ideologia” alla Biblioteca di Cava Manara, insieme a Mauri, Staccioli, Cavaliere, Mazzucchelli e altri) di lui si conoscevano i “Pensierini” realizzati in filo armonico, acciaio, elastico, ceramica bianca e plastica. In questa mostra espone, tra altre opere, una serie di “Attrazioni” costruite con tecnica e materiali non molto diversi, lavori in cui trovano sintesi linguaggio e visione. I registri del linguaggio sono diversi, dominati da un intricato interrelarsi e confrontarsi. La sua è un’ arte fondata sul pensiero e sulla elaborazione mentale, costruita con immaginazione, orientata probabilmente dalla didattica di dimostrare le ulteriori applicazioni dell’arte. Colpisce la loro strutturazione armonica, quella sorta di balletti percettivi, di linee, forme, materiali distribuiti nello spazio e che si incontrano. Suggestiona però anche l’articolazione della composizione  e l’atmosfera lirica, Il gusto per la limpidezza, per la combinazione dei nessi strutturali. Certamente è un’arte polivalente, in cui si correlano l’ estetico e lo scientifico, in cui arte e scienza o scienza e poesia si incontrano attraverso una serie di elementi di grande effetto e che richiamano da un lato Eugenio Carmi o le alchimie di Edgardo Abbozzo.

 Innesti: Giorgio Braghieri, Tindaro Calia, Gregorio Dimita, Mario Diegoli – Muzza di Cornegliano, Oratorio dei Santi Simone e Giuda. Via Roma – Orari: venerdì e sabato dalle 16 alle 19; domenica e festivi dalle 10 alle 12,30; dalle 16 alloe 19 – Fino al 24 giugno

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