GREGORIO DIMITA, IL CUBISMO LIQUIDO


 L’arte plastica di Gregorio Dimita può far riconoscere la presenza di rilievi cubisti o l’attivazione estetica di un Arp, di un Archipenko, di un Schwitters, e di chissà quali e quanti altri ancora, non perché carica di significazioni complesse da richiedere una indagine analitica particolare, ma semplicemente perché gli elementi che in  essa si ritrovano ( o si affacciano) possono suggerire richiami di artisti che hanno contribuito ai percorso delle arti visive.
Il modo di far scultura di Dimita, le sue elaborazioni plastiche confermano, se proprio ve ne fosse bisogno, come ciò che conta non è tanto quello che viene rappresentato quanto il modo in cui è rappresentato. In poche parole, la sintassi della visione. Dinanzi ai suoi lavori – spesso composizioni geometrizzanti, a volte curvilinee o serpeggianti in cui possono anche non mancare cenni figurali – realizzate in terracotta e colorate – la prima impronta che si avverte è la disseminazione disordinata del disegno e delle forme. Nella combinazione degli aspetti fondamentali  l’artista intreccia  elementi simbolici, iconici, archetipali, quasi muovendosi sulle segrete vie di un Arp. In effetti, nelle sue costruzioni convergono elementi di figuralità ed elementi di “concrezione”: la coerenza formale, l’ordine nel disordine, il ritmo di massa integrale. L’accentuata presenza di alcune forme mentre per un verso pare intesa a conferire una conformazione astratta, dall’altra ha forte valenza e riferimenti a strutture costruttive collegabili alle ricerche post-cubiste. Questo risulta chiaro anche dal fatto che molte delle opere si presentano come delle specie di altorilievi di impostazione frontale, da poter collocare a parete. A parte quelle “contestualizzate” in altre strutture, questa connessione determina una loro particolare natura plastica, largamente estranea ai vigenti canoni convenzionali. Nei risultati, Dimita sembra aspiri a cogliere il rapporto tra plastica pittorica e scultorea (che fu già della prima fase cubista).
Ma a parte questi aspetti lessicali ciò che convince è la qualità della lavorazione e delle composizioni, costruite su complessi e dinamici ritmi che liberano il volume dal peso ma ne conservano la pienezza, rendendo chiaramente leggibile la struttura.
Siamo di fronte a un modo di “fare” e di procedere che esalta la manualità e per certi altri versi la concettualità, e che afferma  il legame stretto tra la mano e la mente, nel senso che è forte il carattere artigianale dell’intervento, ma anche il corpo e l’idea che esso sprigiona. Nei suoi intrecci armoniosi Dimita rivela il piacere della materia in sé stessa, della evocazione dei contrasti di struttura e di sensazioni tattili; la tendenza  a dare corpo, poi a smaterializzare le cose.
Le sue opere, fitte di elementi che si sovrappongono uno sull’altro, dimostrano in un certo senso l’ intento a stare nell’ambito figurativo, dal momento che le forme geometriche, curvilinee, coniche, aniconiche e serpeggianti hanno quasi sempre scopo strutturale.
A un esame superficiale possono apparire semplici ed eleganti composizioni decorative, il risultato di un puro “gioco” di combinazioni e amalgami, ma sarebbe un esame se non superficiale, riduttivo.
I risultati rivelano l’acutezza dell’occhio dell’artista e la sottigliezza con cui egli distingue e compone e, insieme, la limpidezza uniforme, piena e insinuante degli elaborati, semplici nell’aspetto ma tattili, sensibili, duttili ed esperti. Senza che l’artista sia obbligato a “qualificarli” con parole e teorie.
Movimento, ritmo, basi formali, “arbitrarietà”, rapporti, costituiscono l’essenza  di una realtà diversa, ed esprimono un differente modo di concepire le arti plastiche. Qualità molto rare a trovarsi oggi dopo i cortocircuiti spiazzanti fra la realtà della strada e la funzione dell’elaborazione artistica, intenzionalmente banale e antiestetica..

 

Aldo Caserini

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