FEDERICA GALLI, LA DISTINZIONE DI GENERE


RICORDO DELLA CALCOGRAFA

Ricorre quest’anno l’anniversario della nascita di Federica Galli, ottant’anni, quattro dalla morte. A Cremona si è conclusa il mese scorso al Centro culturale Santa Maria della Pietà una bella mostra che ne ha riportato d’attualità lo stile raffinato e personale. Una retrospettiva che ha impegnato la Fondazione che porta il suo nome e il Museo Civico ‘Ala Ponzone’, arricchiotosi di un lascito di ben quattrocentosettantanove elaborati, a rendere omaggio a una “figura storica” dell’arte lombarda. Possiamo senz’altro dirlo: Federica Galli, nativa di Soresina, è stata un caso più unico che raro nel panorama artistico italiano: ha abbandonato la pittura per dedicati esclusivamente alle acqueforti.
Di lei si hanno vivi ricordi nel Sudmilanese e nel Lodigiano perché la Galli è sempre stata molto attiva in iniziative di primissimo piano (come quella collegata al Premio di poesia  Ada Negri, la mostra alla Biblioteca comunale di Casalpusterlengo, a Cascina Roma a San Donato, il Premio Una Vita per l’arte ricevuto dalla Oldrado da Ponte, la cartella realizzata per gli Amici della Grafica di Casale ecc.).
Virtuosa del segno, della linea e della combinazione. Ovvero dell’immagine e della resa. Questa in sintesi è stata la calcografa Federica Galli. Un’artista che ha coniugato perfettamente le tribolazioni della mano e della mente, dando considerazione al “mestiere” nel proiettare qualità e vertigini di poesia.
Di lei Daniel Berger del Metropolitan Muesum of Art di New York, ebbe a dire incisivamente: “La Galli ritrae magiche forme liquide”. Chi ha visto le sue acqueforti ricorderà senz’altro l’intrigo proprio delle sue immagini, ma anche il vocabolario dell’artista, un vocabolario ricco di segni, simboli e perfezione tutta italiana. Ne ricorderà la bellezza delle interpretazioni e delle complesse forme realizzate e il valore documentale dei suoi fogli. Lo stesso valore documentale che Bo attribuì alle sue cascine, alcune delle quali oggi sparite a causa di scelte oltraggiose.
Le sue vedute costituiscono invece un “lungo, disteso, grigio, notturno, dorato corpo”. Così ne parlò Giovanni Testori sul Corriere. In esse c’è tutta la sua capacità artistica di trasformare l’immagine e l’incisione stessa in un soggetto poetico, in grado di tenere vive le visioni che il tempo inesorabile cerca di dissolvere.
In un libro su di lei, Carlo Bo scrisse che nella sua visione c’era un contrasto: tra quello che i vecchi pensavano eterno e quello che i tempi nuovi svelavano.
Alberi, cascine, vedute sono una testimonianza e un memento di questa sorta di vertigine. Per oltre sessant’anni la Galli si è dedicata alla tecnica dell’acquaforte in bianco nero. Quel che si diceva di lei in vita e delle sue raffigurazioni, delle sue vedute, dei suoi paesaggi e scorci urbani si ricorda ancora perfettamente, nel bene e nel male.
La sua prima personale fu del 1958 e, ricordiamo bene, allora, divise. Ne sono seguite almeno altre 500 in Italia e all’estero, sulle quali si sono espressi in abbondanza  giudizi critici e fatte scorrere fiumane di parole. Ma non crediamo si possa aggiungere del nuovo a quel che scrissero Daniel Berger, Gian Alberto Dell’Acqua, Gianni Cavazzini, Renzo Zorzi, Paolo Bellini.
A distanza di anni, le sue opere conservano una insolita specificità di attualità e attrattiva che sa andare oltre alla stessa qualità segnica ed espressiva presente nelle opere.

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One thought on “FEDERICA GALLI, LA DISTINZIONE DI GENERE

  1. federica ha detto:

    che belle, Aldo, ha qualche foto in più? mi piacerebbe vederne qualcuna
    grazie!

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