FABRIZIO MARCHESI, FOTOGRAFO


Se qualcuno, ancora, volesse cimentarsi nella disputa sul valore artistico o tecnico della fotografia, sprecare acume per decidere se la fotografia è…, anche dopo tutti i dibattiti, originali o meno, che si sono susseguiti nell’ultimo secolo, può trovare risposta nell’opera di Fabrizio Marchesi.
Anzi, c’è da augurarsi che fotografi e coloro che lavorano nel campo della comunicazione visiva e che avvertono l’esigenza di un qualche chiarimento o di una presa di coscienza della complessa trama dei rapporti introdotta dalla fotografia come fisionomia culturale autonoma (in rapporto al cinema, alle arti visuali in genere, al design, alla scenografia, ecc.) non tralascino di vedere i “grandi ritratti” colti con la sua Polaroid Giant Camera, o i sui servizi sulle Motociclette, le Espressioni di Giò Ponti, le copertine di Ivan Fossati,la Triennale del design di Milano, Lo Studio di Achille Castiglione, La mostra  di Michel Comte, Johnny Depp o Rihama per Vogue. E, se qualcuno volesse qualcosa di più, ha solo da stare attento alle cronache del mondo, che prima o poi qualche mostra o film ci scappa. Perché il talentoso e instancabile casalese di aggettivi e apprezzamenti ne raccoglie a iosa con una sola particolarità: benché sull’onda del successo da almeno un paio di decenni e una mostra al Palazzo delle esposizioni di Roma, l’aver lavorato con Gabriele Salvatores nei film “Nirvana” e “Sud”, i suoi conterranei lodigiani sanno poco o niente di lui.
Dopo che sue opere appartenenti alla collezione “Uniques Celebrities Pittures sono state esposte qualche anno fa a Casalpusterlengo,”, col risultato di sbaragliare il campo dei resistenti luoghi comuni secondo cui dopo Sommariva e Marchi il Lodigiano non aveva più generato fotografi di talento, non s’è più visto nulla. Fabrizio Marchesi non è quel che si dice un bravo fotografo. è un artista con il culto dell’espressione. Non cerca con l’obiettivo di affermare una qualche estetica “bassaiola”, ubbidisce a moti profondi e originali.
In certi ambienti è una figura di spicco, che ha firmato fotografie di valore estetico e documentale, non di soli personaggi del set cinematografico in cui lavora o di quello sportivo, al quale dedica di tanto in tanto le proprie performance, come quelle riservate alla Moto Guzzi o al Rugby E’ quel che si dice un “mattatore protagonista” di grande gusto, un po’ istrione ma con l’occhio curioso dell’artista autentico. Dietro ai ritratti di personaggi, alle ambientazioni, alle nuove forme di design, si coglie la presenza di una cultura visiva e di una intelligenza non distratta, che mette in luce una esperienza che ha spostato la sua resa da un piano semplicemente qualitativo (sia pure elevato), a un livello autenticamente artistico attraverso la soggettività della visione.
Senza infingimento aiuta ad accostare personaggi del cinema, della musica, della moda, delle professioni e della mondanità nel quadro della loro quotidianità. Le donne sono preferite per alcune particolarità espressive e di fotogenia, i registi per certi tratti provocatori, ammiccanti o lusinghieri d’impegno, gli attori per le sintesi, gli architetti per il segreto umano che offrono. E via di seguito. Documentazione, testimonianza, curiosità e simpatia, dunque; ma anche spontaneità, precisione, organizzazione formale, partecipazione umana, tecnica, scevra di compiacimenti effettistici.
Sono questi gli strumenti con i quali il grande fotografo si è fatto scoprire. Chi vede le sue immagini non scopre solo la suggestione  e la distinzione tra momenti “significativi” e quelli “non di rapina”. Mulas – la citazione è solo esemplificativa – amava girovagare a piedi tra Porta Romana e Porta Ticinese ed esplorare gli appartamenti degli inquilini di uno stesso stabile. Marchesi punta il mirino non solo sui personaggi ma anche sul loro ambiente di lavoro e di vita. Alla fine non contano i loro nomi, conta la vita e la realtà che sta loro dietro. Diventa irrilevante l’aspetto operativo e consistente l’individuazione concettuale di quella realtà.

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