ANGELO COLUCCI, UN POETA FELICE DI ESSERE IN UNA TRAPPOLA


 

Non potrebbe che sorprendere, e difatti sorprende, che in una società del chiasso, dell’immagine, della pubblicità, in cui si cerca l’evidenza a tutti i costi, in cui a una Miuccia Prada si riservano due pagine di un noto quotidiano per avvertirci che se non si va sui giornali e in tv “un po’ non esisti”, vi sia ancora qualcuno che si dedica alla pratica letteraria in maniera del tutto defilata. E’ un tarantino di Martina Franca, si chiama Angelo Colucci e risiede a Lodi da decenni. Riluttante alle passerelle, non perché sdegnoso, ma perché schivo, ha vinto  premi, raccolto consensi di critica e riconoscimenti da importanti giurie, senza curarsi di farlo sapere, di pubblicizzarlo e farsene vanto. Certe notizie che lo riguardano ti possono raggiungono solo se hai un amico a Bologna o a Senigallia o a Lagosanto.
Con le sue composizioni – diverse delel quali apparse su riviste come “Poesia” o in antologie, come “Segreto delle fragole” curata da Giampiero Neri e Fabiano Alborghetti per Lietocolle, presentata alla Mondadori di via Marghera a Milano da Guido Oldani – si è fatto conoscere da mezza Italia, ma tranne una apparizione al Convivio De Lemene in occasione della presentazione del “Giardiniere”, è un poeta pressoché sconosciuto ai suoi attuali concittadini e, quel che è peggio, agli ambienti artistici e letterari locali.
Anche il suo percorso di letterato è un cammino appartato, condotto lontano da scuole e da tendenze. Ma questa almeno non è una scelta curiosa. La storia letteraria è ricca, in particolare quella novecentesca. La stessa contemporaneità ne è pregna, come lo è di sperimentalismi, che suscitano curiosità più della stessa poesia.
Per chi fa poesia la solitudine può essere una “condizione inevitabile”, se è deciso a camminare autonomamente e a trovare nell’intuizione e nella libera effusione della soggettività il proprio campo operativo.
Questo distacco Colucci lo ha da sempre: non si fa vincolare da mode,  marketing, festival, editoria, recensioni, o come si dice, dal “sistema”.
Di lui è impossibile persino conoscere l’ attività, le case che lo hanno pubblicato (Lietocolle, Il Giardiniere, Freakas, L’Agorà ecc.) premi e concorsi a cui partecipa, i testi che hanno ottenuto consenso: E un po’ viviamo (Bologna, 2012, Faenza, 2011, Corciano 2009), A metà (Abbadia Cerreto, 2011), Il tardo amore (Lagosanto, 2012), Elogio del Contadino (Grillano, 2011), Raccontami del cielo (San Silvestro di Senigallia, 2011), Un altro andare (Agliana, 2011). Il nostro è solo un citare disordinato di successi recenti, ma si potrebbe proseguire per pagine.
Nei suoi componimenti, anche inesperti come noi, non faticano a cogliere la forza delle emozioni, i recessi profondi dell’anima. Dalla sua storia personale egli riceve (ricava) immagini e racconti, che trasforma in palpitanti flussi di parole musicali. I versi sono mossi da un vento ora dolce, ora patetico, ora fiero e secco, senza sostantivi. Nella parola, ben amministrata, prevale il lieto comunicare, a cui non manca a volte il gusto sottile dell’ ironia.
La forza con cui l’atto di scrittura si rivela, mostra la gratuità del canto che è dono. Il poeta non è dei tanti trombettieri  del futile, dell’impegno o della pensosità che si possono incontrare nel mondo della lirica. Ha un suo modo di sentire tematicamente omogeneo, non si cura d’ essere fedele a una qualche tradizione né a qualche tendenza. Preferisce liberare la parola, dare immediatezza al suono, rendere la freschezza dell’immagine. Il verso sciolto in narratività supera i sensi frantumati, contaminandosi con l’urgere delle interferenze.  Di sicuro la sua  è una poesia lontana dai padri,  libera dalla loro influenza,  ma più dalla loro “maniera” che dalla sostanza profonda; a volte è solfeggiata, a volte mostra qualche venatura romantica, altre è ghiotta di parole attraversate, trovate,  senza cadute di estetismo.
Un peccato si sappia così poco di questo nostrano cantore, e che la sua naturale riservatezza non aiuti un rapporto di conoscenza consapevole e documentato. Ma la cultura in una città è fatta anche di “scoprimenti”. Noi, a volte, ci proviamo  a segnalarli.

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