LUIGI VOLPI, LA METAFORA DEL SILENZIO


Tre anni fa, di questi tempi, ci lasciava Luigi Volpi. Le incisioni che vanno in mostra il 6 maggio al Museo Ettore Archinti sono un omaggio alla sua figura d’artista calcografo nato a Lodi nel 1937, diplomatosi maestro d’arte a Modena e trasferitosi a Milano sul finire degli anni cinquanta, dove praticò per quarant’anni per poi trasferirsi alla Valbissera di San Colombano e in seguito tornare a Lodi, malgrado dicesse di non amare la città. E’ stato dei pochissimi che localmente hanno saputo dare forza di idee alla pratica artistica. liberandosi prima degli orpelli romantici per l’astratto, poi partecipando alla stagione del Sessantotto, e quindi liberarsi di quella eredità spostando il discorso dai contenutismi (importanti comunque i sui cicli su lavoro, emarginazione e  manicomi) ai controlli e confronti formali, alla professionalità.
La sua grafica sarebbero piaciuta a William Bailey. Sia chiaro: le comparabilità tra Volpi e Bailey sarebbero state più d’ atteggiamento o concettuali;  l’uno era fisso alla luce degli oggetti, l’altro a quelli della quotidianità silenziosa e della natura; il primo (Bailey) aveva un vocabolario essenzialmente pittorico, il secondo (Volpi) ha inseguito sempre, anche in pittura, un vocabolario grafico .
I suoi soggetti hanno spaziato dagli interni con figura, ai paesaggi, alle strutture (di nature morte). Una ventina di anni fa, patrocinando una sua personale alla Sormani a Milano, ricordo se ne discusse con Gian Franco Grechi curatore del Fondo Stendhal, il quale lo apprezzava come ”artista vecchio stampo”, che organizzava le immagini per esplorare problemi di luce o di disegno, o di struttura della superficie. Noi, invece, che consideravamo i suoi puntigliosi dettagli il segno di un qualcosa di meditativo e “freddo” mentalmente, diverso per qualità d’effetto e di atmosfere.
Improprio sarebbe notare solo la sua manualità, la sua tecnica, la sua precisione, applaudire l’abilità e trascurare il resto. I lavori di Volpi non inventano né dispiegano un nuovo linguaggio visivo, ma fanno dichiarazioni sul loro rapporto – come immagini -, col resto del nostro mondo. C’è in esse la qualità figurativa della rappresentazione, ma c’è anche una dimensione poetica, concettuale quando oggetti, cose, spazi vengono associati.
Come sono presentate, le disposizioni su una tavola sono tanto semplici da diventare problematiche. Hanno posizioni silenziose. Si può dire compongono una struttura astratta di un ordine differente da quello generato da un cavolo e da frutti sul tavolo ( tanto per citare uno dei soggetti), benché cerchino di conservare le loro collocazioni illusionistiche sulla superficie, incollate dal disegno e dall’ombra. Anche nel paesaggio, come negli interni con figura, domina la metafora poetica dell’attesa, del silenzio e dello sguardo. Nella dominante di valori visuali, il silenzio che emana dalle immagini richiama a sua volta il silenzio.
Col loro mutuo e discreto linguaggio, con la loro reticente chiarezza, i suoi fogli ci dicono tutto quel che è importante sapere, se sapere è il verbo adatto, o piuttosto tutto quello che si può capire guardando. Vi si scorge l’oscura e tenace volontà con cui l’artista si sforzò di appropriarsi delle cose: di quelle cose che, fra le tante che offre l’eccitante tentazione del mondo visibile, si prestano ad essere “costruite con lo sguardo”.

Annunci

Lascia un Commento:

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: