GIRARDO DA LODI E GLI “UVISTI” DI LODI-CREMA


Il grande storico dell’arte Federico Zeri non ha mai perdonato ai lodigiani di essere stati vittime-passive del “ripristino” del Duomo di Lodi ad opera del soprintendente Degani. A suo dire, il Duomo era stato “irrimediabilmente sconciato da un costosissimo ripristino”, che aveva eliminato spietatamente apporti di alta qualità artistica e di grande significato storico e culturale. Zeri aveva idee sue in proposito, non si tirava certo indietro nel sostenerle, sino a ricorrere alle più pesanti stroncature. Col rischio di cedere ad offuscamenti e a inesattezze. Ma a un grande storico dell’arte si perdonano (o quasi) certe cadute marginali.
Idee sue Zeri aveva anche in materia di convenzioni formali tipiche presenti nei generi pittorici. In fatto di “natura morta” lombarda era un pozzo di conoscenze. Se fosse ancora vivo, chissà cosa avrebbe argomentato circa il restauro delle quattro nature morte con putto di Girardo da Lodi, lui che da sempre sosteneva non si dovesse avere pietà per i “rivenduglioli”. Probabilmente si sarebbe domandato – non senza malizia e provocazione -, fino a che punto era necessario assolvere al compito di restauro del deposito museale, quando si assisteva (e si assiste) al degrado progressivo dei beni alla luce del sole. Si pensi all’Incoronata o alle tribolate vicende delle tele dell’ex-chiesa dell’Angelo, alle condizioni della chiesa del Carmine e delle Abbazie, eccetera. Tutto un altro discorso, d’accordo. Non avrebbe però mancato di riaffermare il convincimento che l’autore di certe uve non poteva essere un artista di scuola napoletana.
Le nature morte del Girardo, furono mostrate nel 2001 nella suggestiva biblioteca dei Filippini al Museo Civico, normalmente sconosciuta al grande pubblico, un po’ come sconosciuto è rimasto questo pittore vissuto tra il XVII e il XVIII secolo. Di lui non si hanno grandi riferimenti biografici. Fu scoperto dagli antiquari e dai danarosi più che dagli storici, e per pigrizia mentale  depresso al ruolo di imitatore e decoratore.
Nel decennale dei risultati di restauro merita di una rinfrescata. In primo luogo perché un’opera non usufruibile sarebbe un po’ come un’opera rubata e poi perché la decisione di conservare, al di là dei meriti e delle relazioni tecniche di restauro, costituiscono il fondamento della vita di un museo e della istituzione museale. Di questo va dato merito all’allora assessore alla Cultura della Provincia di Lodi, Roberto Nalbone. Neppure è da sottovalutare che l’iniziativa abbia permesso  di individuare la presenza tra le città di Lodi e Crema di “una vera e propria corrente pittorica dedicata alla trattazione dell’uva”. Corrente o “moda”,  contano le ipotesi ricostruttive.
L’azione di recupero ha corrisposto a una scelta di politica culturale intesa non solo a sottrarre le tele a un’ulteriore gravissimo degrado connesso ai precedenti restauri, ma a costituire un numero di opere che hanno aiutato la ricostruzione della personalità dell’artista, approfondendo i caratteri della sua produzione, sottraendoli a certe prelazioni dell’antiquariato e favorendo attorno ad esso il lavoro di ricerca e di analisi critica. Il restauro consente una migliore lettura dei segni stilistici di disegno e modellato del pittore, permettendo di cogliere l’ideazione complessiva delle  composizioni e forse anche di orientarsi meglio nei contenuti estetico ornamentali, prima ancora che di grazia e gusto della sua epoca.  

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