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IL VALORE DEI BENI CULTURALI 

 

 

L’OPINIONE/5

Il valore dei beni culturali

 di Aldo Caserini

 Cosa s’intende con industria culturale ? Cosa comprende la “filiera“ dei beni culturali? Approssimativamente il patrimonio culturale: musei, biblioteche, monumenti, editoria e letteratura, musica, teatro e spettacoli dal vivo, arti visive, mezzi audiovisivi, attività ludico-culturali. Molti “esperti” escludono – chissà perché? – la fotografia, l’antiquariato, il design, l’artigianato artistico (la ceramica, l’oreficeria, il trompe-d’oeil, il restauro, la pubblicità, la grafica, la liuteria, il ferro battuto, la fonderia artistica). Si fermano quasi sempre alle attività storiche, che però rappresentano solo un aspetto o una fase, sicuramente rilevante, da cui parte la produzione. Si cambia registro solo quando si chiedono interventi di appoggio o sostegno, si invocano spazi espositivi, organizzazioni e supporti,  concorsi di idee e progettazioni; valorizzazione e sviluppo delle attività, a volte anche la distribuzione e la programmazione.
Se in alcuni casi sono beni in senso stretto, in altri sono servizi connessi: per esempio il noleggio di strumenti e di apparecchiature, la messa a disposizione e l’utilizzo di spazi, i piani di recupero architettonici, il materiale pubblicitario (manifesti, cataloghi, radio),  i servizi di informazione, di allestimento, ecc.  
Nel definire i beni culturali  non tutti sono concordi: c’è chi vi inserisce anche sport e giochi, paesaggio e ambiente, natura e turismo, piste ciclabili e luoghi di intrattenimento, e chi si limita a considerare “beni”  solo quelli che hanno copyright (diritti d’autore, paternità artistica).
Per stare sul terreno delle peculiarità dell’economia della cultura va detto che, sebbene il mercato dei beni culturali venga studiato con i tradizionali strumenti dell’economia politica, esso presenta particolarità un po’ speciali. Ne consegue che una sua “quantificazione”  in chiave strutturale  e di valore economico prodotto, non è stata ancora messa a punto. Questo fa comodo ad alcuni comparti, meno o niente affatto ad altri.
Le filiere (cose delle quali si parla molto di questi tempi) sono diverse perché diverse sono le industrie che producono cultura. Per la loro individuazione si presentano anche qui difficoltà e scogli. Molte attività artistiche sono condotte “liberamente” in forma non organizzata, senza registrazione, sottratte ad ogni conoscenza e approfondimento. Rendono perciò di difficile risposta le successive domande.
La cultura rende? Quanto rende? Come è a chi rende? Sono domande destinate a risposte o troppo ovvie o troppo evanescenti.
“Trattare di cultura in rapporto all’economia sembra agli schizzinosi mescolare la spiritualità dell’umanesimo alle impurità del capitalismo”, ha scritto recentemente Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali ( Corriere della sera del 21 marzo). Vorremmo poterli conoscere e contare coloro che nel vasto campo della produzione artistica e culturale si “autopresentano puri da principio e per sempre”, <nche se qualcuno esiste, lo conosciamo personalmente.
In una società organizzata sul lavoro e sul profitto sarebbe assurdo chiedere ai settori della cultura e a coloro che la praticano come fornitori di arte, musica, spettacolo letteratura eccetera di non contaminarsi con le logiche di mercato, di sottrarsi alla “materialità”. L’atteggiamento che la cultura e l’arte debbano essere al riparo da ogni richiamo economico si fonda su una concezione a dir poco illogica.
 L’industria culturale (quella che può essere vista dal punto della”produzione” e del “consumatore”), è un complesso di attività integrate al sistema economico e ai territori. Produce lavoro, profitto, risparmio, genera valore aggiunto, contribuisce al Pil, muove risorse collegandosi a tutta una serie di attività artigiane, commerciali, ausiliarie, di servizi e professioni. E’ questo profilo che sfugge ai più.
Quando si parla di crescita e di sviluppo di un tessuto economico si dovrebbe tenerne conto anche di queste realtà. Ma chi lo fa?

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