DALLA BIENNALE AL SOAVE DI CODOGNO


“Dalla Biennale” al Soave  è una variegata  collettiva ideata da Maurizio Caparra, organizzata da “Operadarte”  e allestita in un Soave riattato, al quale toglie un po’ la muffa. La mostra prende in considerazione e riflette alcuni linguaggi (che poi sono modi di pensare) del contemporaneo. Niente di “epocale”, nel senso che certi cambiamenti iconografici, di materiali,  di procedura, di intuizione e giudizio, sono praticati e noti da tempo, eppure mantengono un legame dimostrabile con il presente e l’attualità oltre che aiutare a comprendere i differenti approcci dell’arte del nostro tempo. Aperta a molte letture “Dalla Biennale” non costringe a guardare indietro. In essa hanno largo spazio opere dominate da luce, colore, materia ed espressione, frutto di un approccio libero ed eclettico che impedisce il focalizzarsi dell’attenzione  su tematiche uniche e fornisce strumenti visivi e informativi per osservare l’arte contemporanea in maniera più costruttiva e interrogativa.
Ciò detto per senso generale, si deve riconoscere  che l’interesse maggiore se lo contengono comunque quegli autori che nel linguaggio non riflettono esperienze visive ed estetiche da superare le distinzioni tradizionali. Tra questi autori è Armodio (Vilmore Schenardi)  che convince sempre per il disegno e l’uso del colore a tempera, la lontananza dai modelli tradizionali accademici e dalle avventure sperimentalistiche. Nei tre lavori esposti tecnica e poesia si combinano perfettamente e confermano quanto di lui e della sua pittura si sa da tempo:  grande abilità manuale, poetica prossima alla “metafisica”, atmosfere di sapore orientale, culto della forma, gioco dei rimandi e dei simboli. Tutto diverso dal surrealista Ambrogio Tironi di Caravaggio, del quale i lodigiani ricorderanno certamente ancora  l’aggressiva personale al Salone dei Notai del Museo Civico (1992). Una pittura che si avvicina all’espressionismo la sua, di grande tensione psicologica e formale, come dimostrano “Marmellata di fichi”, “Deposizione”, “Bagnanti”, “Partenza sospesa”.
 In “Pinocchio impara a volare” (bronzo), Peter Pan è cresciuto” (resina), “Ha mangiato troppi hamburger” (resina) dello scultore Giuseppe Tirelli quel che balza all’occhio non è tanto l’originalità dei soggetti, che pure è un elemento apprezzabile, bensì l’esercizio spiritoso e di gusto squisito della disciplina formale, l’equilibrio del modellato carico di suggestione, con cui l’idea è tradotta e gestita.
Diversa la manualità e la disciplina esaltata negli otto pezzi in bianco e nero di Romano Bertuzzi. straordinari per morbidezza e acutezza di dettaglio esprimono la filosofia “del fare” artigianale e quella del tempo.
E’ invece incline a un certo paesaggio Alberto Bertoldi, conosciuto dalle sue parti come il pittore delle nuvole. Il suo è un figurativo fresco e naturale, in chiave iperrealista. Le due pitture fatte di cieli blu e tante nuvole richiamano certi paesaggisti romantici, ma è lo spostamento della linea orizzontale che procura ad esse sensazioni magiche.
Tre i lodigiani: di impronta incancellabile le due tele presentate da Angelo Palazzini; coglie essenze ritrattistiche Matteo Montemezzani; si alterna tra richiami pop o warholiani e materiali di recupero senza atteggiamento trasgressivo Roberto Scarioni.
Lavora sui materiali trasformandoli in immagini di maiali, mucche, polli la parmense Nicoletta Belletti, mentre nelle tecniche miste su carta di Elena Monzo di Orzinuovi,  l’ osservazione critica corre attraverso immagini da decifrare e anche no. Della cagliaritana Silvia Idili si può ripetere quello che si scrisse in occasione della mostra, sempre al Soave, di giovani  dello Studio Cannaviello: è un’artista  padrona di una pittura immaginaria, di eccentricità arcaica e di humour. Riflette dinamiche psicologiche esistenti nel rapporto con la società l’universo femminile che Francesca Ramello ha reso nel ciclo “StayAwayFromMayFlowers. Lo “svuotamento” interno dell’immagine è la novità proposta dallo scultore Christian Zucconi: non è solo un fatto tecnico, ma simbolico di attaccabilità, ferimento e recupero dell’umanità. Infine, Raffaella Rosa Lorenzo presenta una miriade di farfalle colorate, plasmate col calore della fiamma delle candele e inserite in una installazione di vivace comunicazione: un invito spiritoso alla presa di coscienza contro il dilagare della  plastica.                       

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