IL LONDONIO RIPPROPOSTO IN CERAMICA DALLA BOTTEGA D’ARTE ANGELO PISATI & C


 

Non capita spesso di parlare o scrivere di presepi, soprattutto in primavera, quando si fanno progetti per le vacanze d’estate e si pensa magari a qualche esotica spiaggia. Il presepe, si sa, è un rito, una manifestazione tipicamente dicembrina. In un’altra ottica – non sancita dal calendario liturgico e neppure dalle frenesie prevaricanti del consumismo festaiolo-, c’è un interesse d’attualità che si motiva all’interno  dell’arte e  dell’artigianato artistico. Da questo punto di vista, per una serie di estetiche identificative,  è possibile scoprire che c’è un presepe di tradizione napoletana, uno genovese, un altro bolognese, un altro ancora altoatesino, o, se si vuole rimanere in Lombardia, che ve ne sono di caratteristici a Rivolta d’Adda, Venegono Superiore, Groppello d’Adda, Grembo di Dalmine, Laveno, Bedero eccetera.
I “contenuti” non variano molto. Nel presepe si incontrano sempre il messaggio (gli obiettivi), le motivazioni (le ragioni stimolanti), la storia (la sua ricostruzione), la cultura (il patrimonio di conoscenze), l’antropologia (i comportamenti, usi e costumi), i linguaggi dell’arte; è, inoltre, per stare sul terreno concreto del “fare”, un laboratorio di produzione e valorizzazione dell’attività artigiana.
Se così non fosse, l’arte presepiale, probabilmente, non avrebbe conservato integra nei secoli la sua attrattività di raffigurazione iconica “popolare”; di arte in grado di resistente con successo agli assalti “pagani” e al forsennato linguaggio della modernità (fatto certo di relativismo condizionante, ma anche collegabile alla ossessionante trasformazione delle applicazioni formali e del gusto).
Questa “resistenza” dell’icona presepiale e della sua concezione mimetica caratterizzata dal rapporto di somiglianza, vorrà pure dire qualcosa se è giunta sino a noi dal 1200. Giustificata è senz’altro la presenza in Italia di tanti musei del presepio (come quello alla Vistarina di Salerano), che danno indicazione rassicurante della sua tradizione nelle forme e nei simboli.
Durante i secoli, il presepe non ha perso la sua forza immaginativa e di narrazione, la sua capacità di generare processi di mentalizzazione, progettazione esecuzione e raffinatezza delle sue fatture. Nelle diverse forme di rappresentazione presepiali non c’è solo la suggestione dell’evento. Più estesamente, sono individuabili anche altri coinvolgimenti che attengono a storia, letteratura, poesia, tradizione, folclore, etnografia  Il suo è dunque un vero lascito culturale. Anche dal punto di vista del lavoro. Difatti, all’artista che vi attende il presepe richiede esperienza, tecnica, mestiere, abilità, attitudini. E, naturalmente  capacità di “lettura”, sia dell’evento che del contesto.
In esso non c’è solo la fede del Cristo che si fa uomo, che dà forza spirituale ed è dono immateriale, c’è anche un altro tipo di fede, quella che l’uomo esprime nel progetto, nell’invenzione e nel lavoro. E’ la fede in abilità fatte di competenza e di buon gusto che il pragmatismo tributa al mestiere dell’esperienza.
Suggerisce tutto ciò l’opera di Francesco Londonio (1723-1783), dipinta ad olio su carta applicata a sagome di legno, risalente al 1750 circa, che si vede nella chiesa di San Marco a Milano. Appartiene a una tipologia di Presepe in passato diffusa, che per la “povertà” e fragilità dei materiali si è conservata in pochi esemplari. Uno di essi si trova dai Padri Barnabiti a Lodi ed è stato esposto in S. Francesco in occasione del Natale. Non  sono  molti coloro che lo hanno ammirato o che possono vederlo fuori dai percorsi canonici. Prima di arrivare a Lodi l’opera era stata proprietà del collegio barnabitico di Santa Maria degli Angeli di Monza, a cui venne donato dal conte Giacomo Mellerio. A lungo, era rimasta tra gli scaffali della biblioteca del collegio S. Francesco, fintanto che, grazie al Museo del presepe di Salerano al Lambro e dell’ associazione Monsignor Quartieri è stata esposta nella cappella di Santa Caterina d’ Alessandria, facendola conoscere anche attraverso un volume di Zaira Zuffetti, saggista e già docente di lettere ai licei cittadini, in sono raccontati i particolari della sua “scoperta”.
Lavorando la terra nel laboratorio  in S.Fereolo a Lodi, ad Angelo Pisati, maestro ceramista di riconosciuta esperienza, è venuta l’intuizione di tradurre in ceramica il manufatto ligneo per diffonderne la conoscenza. Ambizione non da poco, se si considera che la ceramica  vive momenti e  situazioni di vera difficoltà; e che la scarsità di informazione su di essa porta inesorabilmente a una mancanza di conoscenza da parte del pubblico che ne accentua le criticità.
Trasferire in ceramica un prototipo come quello del Londonio non è di sicuro un procedimento facile. Non è il classico copia e incolla di tanta arte corrente, per intenderci. La tecnica della ceramica richiede sempre d’essere intimamente collegata all’ espressività. In più pretende pretende che siano individuate eventuali debolezze per saperle combattere. Lo sanno bene alla Bottega artistica di Pisati & C., dove questo nesso con l’espressività è attentamente esplorato e affrontato quasi ogni giorno.
A Pisati è bastato poco per decidere di rimettere l’idea alle mani, pronte a entrare in servizio. In altre occasioni Kant ci avrebbe spiegato che il lavorar di mano influisce sul pensiero: “La mano è la finestra della mente”. Detto e fatto, il Londonio è stato tradotto in ceramica, con risultati che non esitiamo a definire tecnicamente e qualitativamente eccezionali.
Nel farlo rivivere in un’altra materia Pisati e i suoi esperti lavoranti vi hanno, naturalmente, incluso del loro, in primo luogo l’accuratezza. Le sagome, correttamente decorate rispettando figure e colori del grande pittore milanese, non presentano deficit di attenzione e di controllo. Confermano vieppiù come in questa bottega si sa sempre essere “dentro la cosa”, e di ogni cosa si immagina in anticipo ciò che diventerà dopo la cottura o dopo una qualsiasi fase della sua evoluzione.
Vero esempio in Lombardia, chi entra nel laboratorio di via di S.Fereolo avverte l’orgoglio delle proprie idee e della abilità e delle innovazioni che esse maturano. Dietro ad ogni lavoro c’è una storia professionale (o di mestiere), che accumula vocazione, abilità, ricerca e convinzione. Vien da dire che l’idea di un presepe del Londonio in ceramica non poteva che nascere qui in questo capannone ordinatissimo dove aleggia l’ossessione della qualità e del fare “a regola d’arte”. Certo, dietro alla “mano intelligente” c’è anche il marchio del fabbricante che in tempi difficili dell’economia cerca di differenziare la produzione per stare a galla. Ma il Londonio realizzato da Pisati & C appare subito dai primi esemplari qualcosa che va oltre a questi aspetti. E’ un manufatto che non si può  valutare scollegato dalla sua rappresentazione artistica. Nell’opera c’è tutta la valentia del ceramista, che coglie e fa apprezzare raffinatezze e gusto popolare. Costituito da un repertorio di una trentina di figure di stile leggermente arcadico, è un’opera di grande impatto scenografico. In essa affiora l’abilità degli artefici, la loro sensibilità e competenza. Le decorazioni in colori metallici trasferite sulle sagome, non presentano distorsione dopola cottura. L’esito è una rappresentazione suggestiva che unisce alla venerazione della Nascita, l’orgoglio di riannodare il dialogo tra fede e arte, divulgata da questa bottega di maestri, vera eccellenza dell’artigianato artistico locale e lombardo.

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