TONY DALLARA, PERSONALE A TAVAZZANO


Certi pittori da oggetto di critica d’arte diventano spesso testimonianza o letteraria o di quel filo di trasmissione che dalla  cronaca alla aneddotica, finisce a un certo punto col sostituirsi all’opera. La popolarità di Dallara pittore è sempre stata preceduta da quella di Dallara “urlatore” della canzone italiana. Ma anche se meno veloce e ridondante, il percorso dell’artista è quello che apre le finestre della sua personalità. La sua carriera di pittore è lunga, non ha  raccolto  consensi “ufficiali”, ha solo avuto supporto e conforto di artisti come Baj, Buzzati, Brindisi, Crippa, Dova, Fontana…
Ora la pittura di Battista Lardera (questo il suo vero nome) approda con una selezioni di grandi tele a CASAIDEA Architettura-Arredamento-Antiquariato, nello spazio espositivo “Casa delle Idee”  all’ex chiesetta del Viandante di Tavazzano, in una mostra organizzata da Giuseppe Andrea Acerbi con la collaborazione di Francesca Bellola del magazine OKArte. Da una valutazione del vasto repertorio dell’artista, caratterizzato da  orientamenti astratto-informali e spaziali, in cui sono presenti tuttavia richiami figurali è stato individuato un percorso die stremo interesse. Non una miscela di tendenze e di gusti, non un pot-pourri, ma un gruppo di lavori realizzati in tempi diversi, che mantengono una loro stimolante freschezza e documentano gli interessi macinati da decenni dal pittore.
La pittura di Dallara non ha collegamenti verticali con la ricerca artistica degli anni ’60-‘70. Da subito egli è stato un campione di aggiustamenti personali e di divaricazioni rispetto alle ampie  sistematiche spianate introdotte in chiave “tecnomorfa” da informale, oggetto e comportamento. Ha partecipato in un’ottica “ravvicinata” ad esse, ma ha sempre conservato una un suo carattere sociale di eterogeneità ludico-espressiva, una sua capacità di perpetuare e sviluppare anche prese di posizione di fronte alla stessa arte e alla vita.
Dallara è uno che ha sempre dipinto per piacere, inseguendo il proprio immaginario, per trovare se stesso. Questa semplicità non ha tolto spessore “culturale” ai risultati della stratificazione e della distinzione. Semmai li ha resi fruibili e comunicativi. Anche se a volte è complessa, la sua pittura non fa “chiasso”. Ha un suo schema concettuale basato sul linguaggio e su altri mezzi simbolici.
Dalla Brera che faceva “rumore”  e che partecipava alla la caduta dei muri linguistici con  una pittura appiattita sul concetto di “liberazione” da ogni matrice formale e sostanziale, l’arte di Dallara ha saputo tirarsi indietro e distinguersi con le proprie convinzioni di partenza. A differenza  di coloro che diedero sfogo a una moltiplicazione di traiettorie artistiche, è rimasta quella che il visitatore trova ancora oggi nelle tele: versatilità, lirismo, fantasia, costruzione. Le cose che fanno qualità e spessore.
La scelta di Casaidea di proporla ai lodigiani, aiuta a far conoscere come nella galassia delle forme difficili filtrate dalle teorie, esistono anche forme momenti ed esperienze che disegnano fasi di segno  non opposto ma meno “chiuso”, in grado  di allargare attraverso il “formato”, lo sguardo sui momenti culturali. S’intende, non un amarcord. Semmai le opere in esposizione legittimano un pittore che ha saputo conservare un certo “protocollo”, tenendo insieme i limiti e le possibilità del fare, mettendo capo a un equilibrio strutturale e linguistico che è anche di rottura verso  schemi dell’arte attualista. Una mostra insomma da non perdere.

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