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   pallone

 

 

 

 

 

L’OPINIONE/2

Calcio e affari sotto l’iperbole lo scandalo permanente

 di Aldo Caserini

I problemi del nostro Paese? Non sono certo lo sviluppo che non c’è o i titoli tossici venduti dalle banche e acquistati dai Comuni; la finanza senza regole o il divario Nord-Sud che avanza; il tenore di vita che si abbassa o il debito pubblico che fa primati; il Pil sempre “condizionato” o l’export che torna indietro d’anni; il precariato al paradosso, il lavoro nero ridotto quasi a un lusso, i paperon dei paperoni ridotti a quattro gatti. Non suscitano emozioni forti la sanità, la scuola, l’università, la ricerca, le intercettazioni, la magistratura, la burocrazia, l’evasione fiscale, i fallimenti, la chiusura di imprese, la corruzione, l’immoralità, le cricche, gli sprechi pubblici, i mali della politica, la delinquenza, ì’immigrazione, la mafia, la povertà – Ma-va-là!? – l’informazione, le morti bianche, il degrado delle città, la classe dirigente ( politica e non), la speculazione urbanistica (mai stanca), il deficit pubblico (inarrestabile), l’avidità dei poteri (incontenibile), l’economia sommersa (un bello shock), le tasse (un fardello, per gli onesti), gli azzardi morali della grande finanza. Mi scuso se riscontrerete che le citazioni sono difettose. Il Nolite judicare evangelico – elevata e salutare norma morale e religiosa – non riesco proprio a tradurla quando nella realtà ci si mettono di mezzo le differenze di valore.
Se non sono questi, quali sono i problemi che interessano alla gente? Ovvio, il calcio. Che a Milano fa impazzire per lo scudetto all’Inter e a Roma fa spender lacrime di rabbia.
Speriamo che alla nostra democrazia non venga a mancare il pilastro del calcio altrimenti di cosa, s’occuperebbe il Corriere che allo scudetto dei record dedica ben sei pagine centrali?
Mettiamola allora così, il preambolo è per introdurre un altro problema: la moralità del “sistema” calcio, fuori da ogni regola – anche contabile -, con effetti gravi sui conti dello Stato.

 Nella manovra di rientro dal deficit come risulteranno coinvolte le società di questa ludica corporazione? Il calcio miliardario riuscirà ancora una volta a non essere sfiorato dal “rigore” ? Sia chiaro, lo scandalo non è del calcio, al quale vanno bene anche forme di esposizione selettiva dell’informazione, fino all’inganno; lo scandalo è del Paese che lascia che ciò avvenga. Avrete notato come della crisi etica ed economica che incancrenisce da anni questa Bengodi non parla più nessuno. Gli aggettivi sono tutti qui, se ci si vuole rifletterci sopra. Personalmente non saprei aggiungerne altri. Forse non ce ne sono o forse riguardano i politici i quali, davanti allo scandalo dei bilanci falsi e dei debiti accumulati dalle società calcistiche non hanno saputo fare altro che adottare in Parlamento una norma di inciviltà giuridica (il decreto salvacalcio e spalma debiti), che ha sospeso per i miliardari del pallone il Codice Civile. Una pagina di cui più nessuno parla, che avrà prodotto anche “plusvalore politico” per i detentori del potere, ma che oggi grava sul bilancio degli italiani e non per poco.
Dopo le vicende di corruzione, di doping, di violazione delle regole di comportamento, di illecito, di bilanci falsi, di distrazione di fondi, di false fidejussioni, di ricatti, di malversazione, di accaparramento dei diritti tv, di passaporti falsi, di violenze dentro e fuori gli stadi, di ingaggi immorali, di contratti fasulli, di controllori-faccendieri chiamati a comporre la struttura, il calcio (complice la politica) furbescamente e odiosamente finge rispetto per la cosiddetta “giustizia interna” – la cui corruzione e inefficienza è causa di tutti o quasi i malanni passati e presenti. Questo calcio spinge per garantirsi l’esonero dalle “manovre di correzione” che il governo sta “studiando” per riportare il deficit sotto controllo.
Perché accade? Perché alla gente non interessa se la società della sua squadra fa “business” e commette reato o danneggia altre società; se si indebita a dismisura; se dirotta all’estero le plusvalenze; se non paga l’Irap, non versa i contributi, schiuma risorse pubbliche e via di seguito. Ma è pronta a infiammarsi e a scendere in piazza a fare cagnara, procurare danni, legnare poliziotti, accoltellare avversari, sfasciare vetrine, auto in sosta, carrozze di treni e metrò, devastare luoghi pubblici e cartelli stradali solo se le aspettative della propria squadra del cuore vengono disattese.
C’è qualche analista del “debito pubblico” che ha mai pensato a quantificare quanto costa alla collettività il gioco più bello del mondo?

Se il calcio deve essere a tutto tondo un “affare” (per chi lo organizza, lo dirige, lo pratica, lo sponsorizza, lo commenta), nessuno lo impedisce. Ma facciamola finita, una buona volta, con la retorica, i sogni, i sentimenti, i richiami al campo, mentre a tavolino…tutto finisce a tarallucci e vino.
E’ ora che anche al calcio vengano fatte accettare le “regole” comuni, i “codici”, la “vigilanza”, i “controlli” delle società d’affari. Visto poi che si fa pagare dallo Stato (cioè coi soldi nostri) miliardi di debiti non onorati e continua a “sgarrare”, non è tempo che venga sottoposto per intero al tribunale ordinario? La domanda finale mi pare tutt’altro che retorica: come partecipa il calcio miliardario alla sanatoria dei deficit del Paese? O questo calcio “assistito”, che arriva a non pagare gli affitti ai Comuni per gli stadi, anche questa volta arriverà a trarre guadagno dal suo status quo?

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2 thoughts on “✖2

  1. gianluigi ha detto:

    Leggete questo articolo, neanche tanto cattivo, di Aldo; poi leggetevi l’opinione 1, dove vengono evocate le solite teste di attributo virile che lamentano lo “spreco” di denaro destinato alla cultura. Ditemi se non è “roba da stomacare i cani” come dicevano i nostri bisnonni. Forse i cani, ma non gli itagliani.
    un saluto

    • gianluigi ha detto:

      P.S. ho scritto il primo commento di corsa e non vorrei essere male interpretato: “neanche tanto cattivo” sta per “se ne potevano dire di peggio”; l’articolo è molto buono (nel senso di valido…) e condivisibile, come quello sulla cultura “costosa”.

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