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L’OPINIONE/1

la CULTURA, le RISORSE e la POLITICA

 di Aldo Caserini

In tema di cultura c’è sempre chi ama dire la sua. Chi attacca, chi protegge e chi difende. In senso molto largo, gli argomenti sono sempre gli stessi: gli spettacoli in piazza, le notti bianche, i contributi pubblici a iniziative private passate per pubbliche, i “progetti” intercomunali senza ritorni, l’acquisizione (o non-acquisizione) di beni culturali, i festival, le mostre, i concerti, gli intrattenimenti vari…Non sorprende che, senza troppe distinzioni, nei discorsi comuni entrino anche le Fondazioni, le banche ecc. Dietro agli arzigogoli, la sostanza può essere così sintetizzata: in tempi di magra Stato, Regioni, Province, Comuni, Fondazioni destinano (hanno destinato!)  risorse alla cultura sottraendole ad altre parti in emergenza ? Personalmente proprio non lo crediamo, neppure se ce lo provassero. In tal caso  le questioni su cui varrebbe la pena riflettere sarebbero altre, riguarderebbero i modi attraverso cui la cultura genera valore economico e sociale. Argomento che ci porterebbe lontano, ma che ci ripromettiamo di affrontare.
In ogni caso, se certe percezioni esistono, hanno una loro spiegazione. Soprattutto se le spese per la cultura non sono rese di pubblico dominio. Anche qui però occorre sempre distinguere e non fare d’ogni erba un fascio: vi sono enti locali che destinano cospicue risorse alla cultura e altri neppure le briciole, e non solo perché non ne dispongono; c’è chi persegue una politica culturale e chi la disdegna, così come c’è chi preferisce non esporsi e chi magari lo fa in conferenze stampa, dove a prevalere è la solita compiacenza.
Per dirla francamente, certi malumori ci sembrano sregolati. Più di natura “politica”  che culturale. Anche se qualche genoma culturale ce l’hanno sempre. Molto dipende dalla concezione che uno ha della cultura e del suo rapporto con la società, nella società. Se chi è responsabile alla cultura. quando non può fare a meno di rispondere chiarisce solo gli aspetti di procedura e di opportunità, i dubbi sono destinati a rimanere e il “messaggio” è appunto che la cultura (o quel che molti spacciano per cultura) “costa troppo” ai cittadini.
Cosa si può ricavare da una tale posizione o pregiudizio ?  Che sta cambiando, forse,  qualcosa nel comportamento dei cittadini in termini di disaffezione, incivismo e passività valutativa verso la cultura e l’arte e le scelte istituzionali di competenza politica?
Personalmente ci vediamo solo una cosa: se una domanda di conoscenza esiste, significa che in fatto di informazione  si è  troppo  parziali o reticenti nel “tirar fuori le cifre” e nel dire come  certe scelte maturano.
A una domanda di conoscere, non si può rispondere con il decorativo richiamo alla norma che permette al cittadino che ne vuole sapere di più di chiedere la  delibera che legittima l’impegno di spesa. La “seriosi ermetica” con cui sono redatti i documenti deliberativi la conoscono tutti bene.
Agli amministratori viene dunque richiesto di farsi carico di uno sforzo in più: di arrivare loro, fin dove possibile s’intende, con l’informazione al cittadino. Con una informazione preventiva, non con la comunicazione, che spesso è pubblicitaria, retorica, ed enfatizzata a sostegno delle decisioni prese. Purtroppo, oggi la comunicazione  è l’opposto della conoscenza, punta solo al consenso. Ciò che da essa il cittadino riceve non è l’informazione con tutti i requisiti e i dettagli che permettono l’approfondimento di un dato provvedimento. La politica (pubblica e privata) preferisce mantenere nella “discrezione” tutti i “dettagli”. Controllare la spesa, (anche quella della cultura), significa poter “indagare” la “distribuzione” della stessa non attraverso i richiami ai dispositivi di legge, le prese d’atto procedurali che legittimano formalmente l’atto di spesa, ma andare (sintetizziamo) a rovistare nelle “deformazioni” (ovviamente se ci sono).

I lodigiani e i sudmilanesi  che esprimono cattivo umore per la spesa delle istituzioni pubbliche –  mettiamoci pure anche di quelle private – , non sono tutti (probabilmente) mossi da una vera esigenza civica e di partecipazione. Se l’avessero  orienterebbero probabilmente il loro ’occhio critico su quelle iniziative di spesa pubblica che risultano ad occhio nudo poco significative e meno trasparenti. Chi è alla guida delle attività culturali ai vari livelli delle istituzioni e degli enti, non può esaurire la sua mission nelle differenti “linee di produzione” (attività musicali, artistiche, spettacoli, conferenze, intrattenimento, sport…).
Quella che attiene ai beni culturali, alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio, alle acquisizioni, all’organizzazione di mostre e spettacoli è solo un aspetto. Tra i compiti  dovrebbe  esserci anche quello di favorire una visione condivisa sul sistema produttivo culturale: la progettazione, la “qualità”, il “capitale sociale”, eccetera.  Dai discorsi che si raccolgono
In giro c’’è invece  poca consapevolezza della cultura come “patrimonio”, “investimento”, “risorsa”, “opportunità”.

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