Le fotografie di Gigi Gatti: la città sotterranea


Fotografi di buona resa, da ricevere apprezzamento, non mancano nel Lodigiano. Il carattere sistematico delle loro osservazioni, alla verifica dei materiali con i “nativi”, è più in grado di restituire informazioni esatte all’etnologo, una attitudine, per intenderci, più rivolta alla registrazione di realtà, caratteri, paesaggi, soggetti specifici che delimitano la loro attività a una sorta di viaggio conoscitivo, inteso come esplorazione del territorio, come raccolta di una memoria visiva. In tal senso, un approccio individuale, che mantiene il rispetto con l’oggettività e che spesso coincide anche con un itinerario ideale ci viene da fotografi di sicura sensibilità come Marchesi, Razzini, Pallavera, Mazza, Secchi, Livan, Borella, Leone, per citare  alcuni che forniscono spaccati di realtà e di relazioni.
Da tempo però la fotografia lascia capire a più livelli che esiste anche nella realtà del territorio, il bisogno di trascendere la realtà, di trasfigurarla attraverso il filtro di emozioni fino alla ricerca interiore. Intendiamo dire che esiste, anche da noi una situazione della rappresentazione figurativa che carica le immagini di differenti connotati estetici e semantici, pur mantenendo il pretesto della realtà.
Gigi Gatti, si muove su questo fronte. Dopo aver indagato l’ immagine naturalistica di paesaggio, risolta quasi sempre risolto in chiave lirica, oggi propone trame metropolitane guidato più che da una esigenza indagatoria da un divertimento intellettuale, che l’autore raccontare con agile ritmo,  giuste dose di souspance e  composizioni di scelta strutturalista usate come materiali da costruzione concettuale. L’impressione è che ci venga suggerita  (o imposta) una trama, non descritta, dove tutto può accadere e dove tutto significa magari qualcosa, ricevendo da questo stato la sua legittimazione. Le immagini sono, sottili, evocative, intriganti. Tutte in orizzontale. Le atmosfere ovattate. Le figure riassunte. In esse c’è il senso comune, orwelliano: “siamo troppo civilizzati per riuscire ad afferrare ciò che è ovvio”. L’attenzione di chi le osserva non arriva probabilmente subito a una comprensione coordinata e totale della trama nel suo complesso.  Si sposta di continuo, catturata dall’immobilità o dal movimento, dagli effetti di mutazione, dalle composite brillanti estrosità grafiche. Ma avverte che quelle immagini non possono essere una pura e semplice “escogitazione” procurata dalla messa a fuoco, dai tempi e dalla luce. Che sotto non c’è solo quel che si dice il “marchingegno”, ma una vera spinta poetica che anima il linguaggio. Una “provvidenza narrativa”, un po’ simile a quella del Manzoni, dove alla fine, in un modo o nell’altro i conti tornano.
Una sua bella mostra-reportage di Gigi Gatti  è stata presentata a Casalpusterlengo da  Amedeo Anelli, curatore delle edizioni di “Semina Verbi” con un intervento dell’antropologa dell’arte Daniela Marcheschi.  Anelli ha definito l’opera di Gatti “un teatro ottico” , la Marcheschi, l’occasione per alcune considerazioni sul “non-luogo”.
Della città sotterranea, Gigi Gatti coglie le sensazioni. Un luogo non necessariamente bello o felice, ma che può e non deve essere assolutamente brutto e infelice. E’ una specie di limbo di lieve e diffusa solitudine o anche di esaltazione, in cui nel suo complesso ti piace la vita e ne hai al tempo stesso nostalgia. L’autore ci coltiva la convinzione è qualcosa in cui calarsi e vivere con occhio meno attento alla meditazione formale e più disposto a renderlo espressione del vivere contemporaneo. Nelle sue identità visive – nuove senza essere antipatorie e rivoluzionarie – c’è il passaggio della fotografia da una visione garantista verso forme del comunicare. Per intenderci non la pura e semplice rappresentazione della realtà, ma una realtà che nella forma e nel contenuto, esprime lo spirito del tempo, modi e forme di un comunicare che si fa conoscenza e poesia, favorendo l’educazione alla originalità, alla comunicazione e un diverso racconto.
Singole opere, dittici, trittici, polittici rivelano “una forte coscienza compositiva e un amore per l’intonazione e la simmetria, per le sequenze e la narratività”, come dice Anelli. Non sono gli accorgimenti tecnici a fare la differenza di Gatti fotografo. C’è la capacità di cogliere nel quotidiano, un tono, una cadenza, un ritmo, un segno, una luce, un colore  estrapolandolo dalla pigra e tiepida corrente della descrizione omologante che tutto rende omogeneo e indistinto.

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